maltaL’Isola di Malta: o la ami o la odi. Io l’ho amata.
Un luogo pieno di contrasti dove mi piace tornare. L’incredibile condensato di diversi luoghi e diverse atmosfere: l’Oriente, il Mediterraneo, le terre d’origine degli indomiti Cavalieri di Malta. E ne ho fatto lo sfondo di uno dei dodici racconti di Dodecapoli, Melita enchantment.
Potete leggerne, di seguito, alcuni stralci. Subito dopo una galleria fotografica. Buon viaggio!

 

Melita enchantment

C’erano voluti diversi anni perché Flavia si decidesse a organizzare il suo viaggio a Malta. A frenarla erano stati i pareri contrastanti degli amici. Chi ne era soddisfatto chi deluso, nessuno entusiasta. A Francesca, che vi aveva soggiornato in settembre, Malta non era piaciuta affatto: gliel’aveva descritta come un’isola gialla e senza un filo di vegetazione, bruciata, con qualcosa di bello, sì, ma per chi era abituato a viaggiare e aveva visto il mondo tutto sommato senza nulla di speciale. Ad Alberto, invece, che c’era stato in maggio per uno dei suoi avventurosi tour in fuoristrada, Malta era piaciuta abbastanza: verde, con scorci naturalistici sia all’interno che sul mare davvero apprezzabili. A Carolina l’isola aveva suscitato qualche emozione: le tele del Caravaggio, il contatto con il pressoché misterioso Ordine di San Giovanni di Gerusalemme, di Rodi e di Malta, sul quale finalmente aveva potuto documentarsi, i resti delle antichissime civiltà megalitiche; però troppo ventosa, aveva aggiunto, e la cucina troppo pesante, un po’ difficile da sopportare. Del tutto sfavorevole, poi, il giudizio di Giorgio: un’isola come un’altra, peggio di altre, molto indietro nel confort, e La Valletta una città davvero fatiscente, sporca, senza nessuno svago, provinciale… Solo il giudizio dei suoi amici inglesi era stato lusinghiero, anche se non si erano dilungati nelle descrizioni di cui di solito, per altri luoghi, abbondavano: un’isola piena di colore, l’avevano definita Don e Annette, molto molto interessante…
Eppure Malta aveva una civiltà millenaria e La Valletta era stata inserita dall’Unesco nel patrimonio mondiale dell’Umanità. Sempre più incuriosita, Flavia aveva deciso di andare a vedere con i suoi occhi.

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La Valletta le aveva subito mostrato tutti i contrasti che si era attesa di trovare: contrasti di civiltà, ma al tempo stesso di censo e di abitudini di vita; contrasti non dispersi per aree metropolitane o per quartieri periferici come generalmente avveniva in altri Paesi, ma accatastati, affastellati senza alcun ordine l’uno accanto all’altro. Sull’arteria principale, Republic Street, convivevano, con la massima tranquillità, moderni negozi e grandi magazzini di chiaro stampo inglese e botteghe polverose con arredi e prodotti che in Italia sarebbero stati targati anni Cinquanta; o ancora caffè e bistrot piuttosto popolari e dimessi e, sull’angolo con Republic Square, il lussuoso Caffè Cordina, affrescato e decorato in prezioso stile rococò. Nelle vie adiacenti poi, o anche nel tratto discendente della stessa Republic Street verso Forte Sant’Elmo, linde botteghe alimentari di tipo europeo si alternavano a piccoli, accatastati bazar dall’aria molto meno raccomandabile e igienica. Un mondo, nel complesso, che era ben lontano dal modello occidentale di confort e di consumo: ora capiva perché Giorgio aveva considerato La Valletta sporca, provinciale e molto arretrata.
In uno spazio così ristretto, quello dello storico sperone a picco sul mare dalla caratteristica forma a vascello, i contrasti non erano minori nelle architetture. Le stradine laterali che dai bastioni fortificati dei due golfi del Grand Harbour e di Marsamxett si inerpicavano da un lato verso Merchant Street e dall’altro verso Old Bakery Street, apparivano come la parte più popolare. Le case vi si affastellavano nel tipico stile maltese, che tuttavia evocava altri luoghi mediterranei e non solo: bianche, come in Grecia, come nell’Italia meridionale, in Portogallo, in Spagna, più in generale come in tutti i paesi insulari e peninsulari del Mediterraneo; con gli stipiti e le porte dagli immancabili batacchi a delfino o a ippocampo molto colorate – blu, turchese, verde, cremisi – a ricordare le lunghe allegre file delle porte dublinesi; quasi tutte con le tipiche finestre verandate di impronta araba, che tuttavia rammentavano le strette assidue bow–windows delle località marine del Sussex e della Cornovaglia. Davanti alle porte, molto spesso, un piccolo cancello nero in ferro battuto: una doppia precauzione, a difesa di chissà quale privato santuario, che richiamava, sia pure in modesta dimensione, i lavori in ferro battuto di molti luoghi di Francia, di Portogallo, di Spagna. Spesso la casa era protetta da una statuetta della Vergine Maria, da una qualche maiolica di impronta religiosa, uso, anche questo, comune a molti paesi marinari devoti al cattolicesimo. Cos’era veramente maltese, si chiedeva Flavia, forse questa incredibile, inattesa mistura di ripetuti, disordinati altrove?
La sensazione di un impressionante, potente ibrido di stili e civiltà non era meno forte quando si passava nella parte più sontuosa e signorile. C’erano molte belle abitazioni appartenute alla nobiltà e alla borghesia più facoltosa lungo Old Bakery Street, barocche o settecentesche, con finestre, portoni, batocchi e cancellate più artistiche e imponenti di quelle delle viuzze più popolari, che trasportavano in altre dense atmosfere di Roma o di Francia. C’erano molti bei palazzi, alcuni apparentemente abbandonati o comunque fatiscenti, lungo Merchant Street e in alcune delle vie perpendicolari che la collegavano a Sant’Ursula Street. Un po’ ovunque una perla splendida e intatta, magari un antico palazzo nobiliare o addirittura un Auberge dei Cavalieri, era inframezzata da edifici altrettanto belli ma in assoluta decadenza, che avrebbero avuto bisogno di un’energica immediata manutenzione.
Era questo incredibile miscuglio che lentamente, intrigantemente, si radicava insinuante nel suo animo come la cifra più autentica, più coinvolgente della città: splendore e decadenza, magniloquenza e disfacimento, possenti identità e morbide sensuali contaminazioni.

Lo avrebbe percepito, questo sconcertante ibrido, anche nelle massime espressioni del potere civile e religioso dell’Ordine: la grande sontuosa Co–Cattedrale di San Giovanni, in cui ogni Langue era rappresentata da una sua Cappella, e il Palazzo del Grande Maestro, sede del governo dei Cavalieri, entrambi edificati sotto l’egida di Jean de la Cassière, nell’epoca d’Oro dei Cavalieri di Malta, a fine Cinquecento. E ne sarebbe stata penetrata, con forza ancora più sconvolgente, dalle due stupefacenti tele di Caravaggio che, da sole, sarebbero ben valse l’intero soggiorno. La pensosa meditazione notturna di San Gerolamo, densa di vanitas… quella piuma, volta a fissare sul foglio una fugace idea… quel purpureo cappello cardinalizio, ormai inutile e appeso, emblema di un passato che più non appassionava l’anacoreta. La decollazione di San Giovanni Battista, così drammaticamente intensa che, per sostenerne la vista, occorreva quasi del coraggio. Era lì la testa del Battista, nella pozza del sangue mentre una vecchia serva si teneva agghiacciata la testa tra le mani, mentre due popolani osservavano, indecentemente curiosi, da una feritoia della prigione: un attimo prima che il boia la recidesse nell’ultimo sottile tendine che ancora la teneva attaccata al corpo, che una giovane fantesca, dalla lucente candida blusa, la deponesse sul piatto da consegnare a Erodiade e Salomè. Un terribile omicidio compiuto per la crudeltà di una donna e per la lussuria di un re. Sì, solo quel quadro valeva il viaggio: l’unico che Caravaggio aveva firmato, nel sangue… e dove altro avrebbe potuto firmare, lasciare traccia di sé se non nel sangue quel suo spirito inquieto, che neanche a Malta, nella lontana religiosa Malta, avrebbe trovato la sua pace? Quel dipinto emanava, concentrata e potente, resa forma luce buio plasticità colore, tutta l’atmosfera della storica abbacinante penisola di Sciberras: splendore e decadenza, magniloquenza e disfacimento, insinuante terrificante sensualità.
Sì, pensò decisamente Flavia, questa piccola densa città è così sovrabbondante, così colma di magnificenza, così carica di visionarie suggestioni che, se fosse intatta, di questo eccesso di bellezza non si potrebbe sostenere l’intensità.
Avrebbe continuato ad essere certa dell’insostenibilità di un’eventuale perfezione per tutto il tempo del suo soggiorno, non solo visitando i luoghi d’arte, ma semplicemente vagando di bastione in bastione, di strada in strada, mai paga di lasciarsi attraversare da colori, odori, afrori, da continui alterni rimandi. Si era recata alle fortificazioni di Cottonera, a Senglea, a Vittoriosa e, specie nelle vie di quest’ultima, di fronte agli antichi Auberges della prima epoca dei Cavalieri, più modesti di quelli della Valletta ma non meno armoniosi, aveva respirato struggenti atmosfere di altri viaggi: Provenza, Alvernia, Catalogna, Dordogna, Loira, Essex, Sussex, Portogallo.
Quei luoghi erano la sconvolgente summa di ogni suo precedente vagare, il rinato dolciastro espandersi di una valigia mai disfatta di ricordi e emozioni. Era questa la cifra di Malta, questa la sua bizzarra autenticità: un fitto ricorrente affastellarsi di ripetuti, stupefacenti altrove. Come inzuppare continuamente una madeleine in qualche antica ritrovata pozione, come tornare a un aroma sepolto di cocco e cannella, a un sapore di cioccolato esotico nel cappuccino.

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Si viaggia, si viaggia, si viaggia tanto e si finisce per tornare, come ossessi, sempre agli stessi luoghi, pensava Flavia in preda alle sue rivisitazioni. Sono i luoghi che hanno un’effettiva concretezza o siamo noi che li rendiamo presenti e vivi, che li carichiamo di significati e di senso? E se così è, viaggiare a cosa serve? Le veniva in mente quel breve grandioso monito di Emily Dickinson:
De Soto, esplora te stesso –
È in te
il continente sconosciuto!
Forse serviva a questo il viaggio? A fuggire le distrazioni del quotidiano, ad esplorare – lontano, meglio – dentro se stessi? L’isola le dava una grande sensazione di distanza, la netta convinzione che, sebbene prigioniera delle abitudini e delle molteplici zavorre, avrebbe potuto liberarsene e vivere ovunque e comunque. Come non fosse affatto difficile ricominciare una nuova più pacata vita: anonima, vergine, meno zeppa di persone e cose, meno complicata. Quanto avrebbe potuto durare un’esistenza più semplice e vuota, quanto tempo ci sarebbe voluto per riannodare i lacci di quanto sembra indispensabile e non è invece essenziale? Avrebbe mai potuto, lei – umile inconsistente Flavia – come il San Gerolamo di Caravaggio deporre le vesti, attaccare il cappello, sospendere a qualche piuma il pensiero febbrile?
Quando, dopo le sue esplorazioni, tornava verso British Hotel – di cui, sempre più paga del terrazzino vista mare, continuava a non considerare la spartana polverosa approssimazione – si fermava a cogliere i raggi del sole al tramonto agli Upper Barrakka Gardens. Si sedeva su una panchina, di fronte all’impareggiabile scorcio della baia chiusa dalle tre città, si lasciava accarezzare da quell’ultimo tiepido calore. Si sentiva invadere di pace e, al tempo stesso, struggere dal profumo eccessivo di un fiore ormai troppo aperto, dalla polpa carnosa, ormai quasi sfatta, di un frutto troppo maturo. I giorni correvano veloci, era già ora di tornare… 


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