di Laura Ricci, dalla rivista Il Ponterosso

Ci sono autrici, e autori – chi ha fatto della lettura e della scrittura un mestiere lo sa – che ci stanno accanto, come ospiti costanti e cortesi, durante l’intera esistenza; presenze senza le quali la nostra formazione e la nostra visione del mondo non sarebbero state le stesse, e le cui parole tornano, come benevola ossessione, a visitare la nostra anima e la nostra esperienza, consolidando sedimentate convinzioni o schiudendo, inopinatamente, nuovi orizzonti. Una di queste consistenze – vicina assidua ineludibile – è, per me, l’aura discreta, ma pervicace e durevole, di Virginia Woolf. Avevo vent’anni, frequentavo a Pisa la Facoltà di Lingue e letterature straniere durante il fatidico Sessantotto, avevo sostenuto il primo quadriennale di Francese e ero una proustiana appassionata e convinta; ancora lo sono, a dire il vero. Ho scoperto Virginia Woolf, come molte giovani studentesse, preparando l’esame di Inglese: “My God! – mi dissi in piena rivoluzione sessantottina leggendo Gita al faro – ma è così, è esattamente così che funziona il pensiero di una donna! Questo è il realismo femminile, la nostra mente funziona come quella della Signora Ramsay!”.

Da allora, di lei ho voluto scoprire più o meno tutto, leggendo – e poi rileggendo ripetutamente, magari a stralci, magari a seconda del momento o delle epoche esistenziali – romanzi, saggi, racconti, lettere: una presenza, la sua, pressoché quotidiana. E anche mi sono inevitabilmente accostata a parte dello sterminato corpus critico stimolato dalla sua opera e dalla sua vita, conclusa per suo volere, come è noto, il 28 marzo 1941: giorno in cui Virginia, che aveva appena terminato ma non ancora revisionato il romanzo Tra un atto e l’altro, uscita dall’amena casa campestre di Rodmell per un’apparente passeggiata, si inoltrò nelle acque dell’Ouse per trovarvi definitiva accoglienza e pace. Nell’acqua, liquido fluido inarrestabile elemento che tanto pervade, come materia e come flusso stilistico, la sua scrittura. Un gesto oscuro, ma non imprevedibile, data la psicologia complessa e frastagliata della scrittrice; una scelta che tanto ha pesato su molte interpretazioni critiche, spesso distogliendole da analisi e conclusioni a più ampio spettro.

Premesso che amo accostare autori e autrici principalmente attraverso i loro testi – proprio sull’onda della concezione/convinzione woolfiana del common reader – la mediazione critica più fertile, nel mio ininterrotto approccio all’immensa Virginia, è stata e continua a essere negli anni l’interpretazione amorosa, attenta e per molti versi spiazzante di Liliana Rampello: che, guarda caso, ha cominciato a farsi notare nell’ambito della saggistica con una monografia su Marcel Proust, La grande ricerca (Pratiche, 1994); poi sono venuti molti pregevoli lavori su Woolf, della cui opera Rampello può essere considerata, in Italia, la maggiore studiosa, e l’indimenticabile Sei romanzi perfetti (Il Saggiatore, 2014) dedicato a Jane Austen, scrittrice a cui anche Woolf ha consacrato pagine originali e illuminanti.

Woolf e Rampello – inseparabili nella mia formazione umana e letteraria, e soprattutto nella felicità della lettura che entrambe intravedono e coltivano, fertilizzandola per sé e per chi alla lettura da lettore comune si accosta – sono tornate imperiosamente sulla mia table de chevet in questi ultimi tempi. È uscita infatti da qualche mese, pubblicata da Il Saggiatore, una bella riedizione del volume Virginia Woolf fra i suoi contemporanei che, a cura di Liliana Rampello e con la traduzione di Lucia Gunella, aveva fatto la sua comparsa nel 2002 per Alinea: Virginia Woolf e i suoi contemporanei è, con una piccola variazione, il nuovo titolo. Avevo amato particolarmente, al tempo, questa raccolta di “ricordi in viva voce” – così li definisce Rampello nell’introduzione – che, presentata dalla stessa curatrice nella città in cui abitualmente vivo, mi aveva permesso un fecondo scambio di opinioni su quella che era la mia tendenza, finalmente avvalorata dal lavoro interpretativo di Rampello, a sottrarre Virginia Woolf a un’interpretazione monocroma e riduttiva delle sue note crisi depressive e di quel suo ultimo gesto, che finiva per gettare nell’ombra tante e diverse sfumature della sua personalità e della sua opera. Mi era già chiaro, inoltre, quel che Rampello fa emergere rovesciando ogni trito, parziale punto di vista: il pensiero poetico di Woolf fondato sul suo amore per la vita e sull’osservazione minuta di ogni suo aspetto, il vigoroso fascino dinamico che tra i contemporanei esercitava la sua figura, e la generosa originale azione critica di lettrice-saggista non convenzionale, protesa a irradiare, talvolta a scoprire talenti letterari del passato e del presente. Perché leggere, evidenzia Rampello nel suo scritto introduttivo a Voltando pagina, la raccolta di saggi woolfiani curata per Il Saggiatore, “leggere per Virginia Woolf è una questione di relazione e di amore, è un incontro, una conversazione, un dialogo, si fa in due, e ci si sceglie, anche tra vivi e morti, perché l’arte è presenza al presente”.

Felice della resurrezione di un testo importante che non era più reperibile, ho ripreso in mano il libro e, oggi come allora, mi sono di nuovo immersa in quel flusso di esuberanza e di gioia di vivere che i ventisette ritratti di Virginia Woolf e i suoi contemporanei tratteggiano e comunicano. Bizzarra attitudine, infatti, da parte di tanta critica – e anche da parte di quei lettori comuni che Woolf amava e tra cui si inseriva – leggere una vita a partire dalla morte, dando valore alla parzialità e all’unicità di un atto piuttosto che alla sfaccettata, radiosa molteplicità di un lungo ed energico agire. “Questo non è un libro importante per chi studia con passione filologica l’opera di Virginia Woolf – esordisce giustamente Rampello – se non altro perché lo avrà già avuto per le mani in lingua originale. Questo è un bel libro per il pubblico che lei voleva, semplici lettori che inseguono i loro personali piaceri e sono ghiotti di immagini, racconti, aneddoti di quella vita concreta di un’autrice, una grande autrice che a sua volta amava curiosare nella vita dei morti e dei vivi ben sapendo che non di questa materia è fatto il commento e il giudizio sull’opera, ma che questa materia costituisce un terreno di avvicinamento mentale e fisico a quello spazio di amicizia che può raddoppiare o ridurre il piacere del testo”. In questo quadro di restituzione di una vita intera, tredici voci di donne e quattordici di uomini consegnano il loro ritratto personale di Virginia Woolf, immerso nel plasma sentimentale e intellettuale di esperienza che ognuno, ognuna di loro ha variamente vissuto con lei: parenti, amici, amiche, artisti, scrittrici, scrittori, responsabili manager della Hogarth Press; piacevoli, commosse, talvolta ironiche testimonianze dal bel tratto di penna che vanno da T.S. Eliot a William Plomer a Vita Sackville-West, dai fratelli Lehmann a E.M. Forster a Rebecca West, da Clive Bell a Duncan Grant alla nipote Angelica Garnett, alla cuoca Louie Mayer. In un puzzle di scintillante suggestione, la vivida multiforme silhouette di Virginia si ricompone, sottraendosi a ogni rappresentazione stereotipata e al freddo marmoreo piedistallo di leggendaria icona letteraria, e rendendo piuttosto giustizia a uno straordinario magnetismo e a una poliedrica trascinante personalità. Malinconica e assorta la singolare bellezza di Virginia, tale in molti la tratteggiano e alcuni ritratti fotografici la mostrano: “Sembrava sempre vulnerabile – scrive acutamente la nipote Angelica Garnett – quelle tempie ombrose sulle quali si stendeva una pelle trasparente venata di blu, le onde increspate sulla sua fronte alta e stretta, la maestria di quelle labbra sardoniche che si inclinavano in giù; il naso affilato come lo sterno di un uccello o l’ala di un pipistrello, sormontato da occhi grigio-blu socchiusi e profondamente malinconici. Aveva la bellezza consunta di una zampa di lepre”. Una bellezza nostalgica, che tuttavia si accende, in altri racconti, di lampi beffardi e di irrefrenabili gutturali risate, di scherzi pungenti e di irresistibile divertimento.

Virginia Woolf e Lytton Strachey

E tra sfaccettati contrasti, Virginia schiva e solitaria, intenta a scrivere e a leggere con i ritmi regolari e assorti di un’ape operosa ma, lasciate le carte, mondana e impareggiabile inarrestabile conversatrice, a subissare di domande, per afferrare ogni particolare di vita, l’interlocutore, a ipotizzare universi romanzeschi nel libero lucore dell’affabulazione; Virginia che ripete a voce alta, nella vasca da bagno o passeggiando, le frasi che ha scritto di notte, per verificare quanto e come suonano; rapita ad ascoltare mentre fuma le lunghe sottili sigarette, pronta a irrompere con il nitore fulminante di una battuta; Virginia amabile premurosa gentile, e tuttavia sagace ironica mordace, mai malevola. “Le si dava un briciolo di informazione – osserva Nigel Nicolson – opaco come un pezzo di piombo, e lei lo restituiva scintillante come un diamante. Quando la lasciavo mi sentivo come se avessi bevuto due bicchieri di eccellente champagne”. Molti, molte la ricordano lieve, di semplice eleganza, flessuosa; convengono sul fatto che fosse un genio: un genio come qualcuno con un sesto senso, riflette Janet Vaughan, “che salta un abisso per attraversare il quale altri avrebbero bisogno di un ponte molto solido”; o come “qualcuno che vede il mondo e è capace di farlo vedere a altri sotto una luce diversa”, esemplifica David Cecil, un genio come gli “scrittori del prima e del dopo. La vita non è la stessa di prima dopo averli letti”.

E poi Virginia infaticabile lavoratrice, il suo perfezionismo, l’esistere profondamente votato alla scrittura; e non solo alla propria, ne rende conto la folta produzione di recensioni e di saggi. Virginia Stephen – chi ne ricorda il pur prestigioso cognome da ragazza – affettuosamente, sollecitamente vegliata da Leonard Woolf, anche se non basta. Il meccanismo tante volte recuperato si inceppa, qualcosa si rompe; l’ultima lettera al marito spiega bene la stanchezza dopo l’ennesima apnea creativa, la paura della malattia, dell’impotenza rispetto al lavoro, ma non cancella, pur nel momento estremo, la bellezza che è corsa tra loro, la tenerezza: “Sei stato completamente paziente con me, e incredibilmente buono […]. Non credo che due persone possano essere state più felici di quanto lo siamo stati noi”. È la cuoca, Louie Mayer, a raccontare gli ultimi suoi momenti a Rodmell, e il dopo.

Virginia creatura completamente poetica infine, quando crea praticamente in estasi. “Gli esaurimenti di Virginia erano in parte determinati dalla fatica dovuta alla conclusione di un romanzo, ma in gran parte anche dal fatto che le sue fantasie si intensificavano talmente mentre scriveva da diventare incontrollabili”, racconta Alix Strachey. E Geoge Rylands non esita ad avvalorare quanto scritto dal nipote e biografo Quentin Bell, ossia che era una donna costantemente sull’orlo dell’estasi: “Si può fluttuare sull’orlo dell’estasi – afferma – al di là che la si raggiunga o meno”. Ecco, una donna, una scrittrice fluttuante sull’orlo dell’estasi: mi fermo qui, perché mi sembra che nessuna immagine, nessuna metafora possa rendere meglio l’essenza non solo della sua vita, ma della sua scrittura. Fluttuare sull’orlo dell’estasi… Con i suoi libri, e con questo libro che sicuramente sospinge o risospinge alla sua smisurata, interminata mole di parole. Per innamorarsi di Lei, se ancora non l’avete amata; o, se la amate, per innamorarsi ancora di più.

NOTE

Virginia Woolf e i suoi contemporanei
a cura di Liliana Rampello
traduzione di Lucia Gunella
Il Saggiatore, 2017
Edizione originale Recollections of Virginia Woolf by Her Contemporaries, Ohio University Press, Athens 1972

Liliana Rampello ha insegnato Estetica all’Università di Bologna. Su Virginia Woolf ha curato e introdotto il volume Virginia Woolf tra i suoi contemporanei (Alinea, 2002), riproposto nel 2017 da Il Saggiatore; ha scritto i saggi Miracoli quotidiani: Virginia Woolf (in Concepire l’infinito, a cura di Annarosa Buttarelli, La Tartaruga Edizioni, 2005) e Il canto del mondo reale. Virginia Woolf. La vita nella scrittura (Il Saggiatore, 2005); ha inoltre curato e introdotto la raccolta di saggi di Virginia Woolf Voltando pagina. Saggi 1904-1941 (Il Saggiatore, 2011).