Il tempo delle italiane

di Laura Ricci

Introduzione al volume di Claudio Grisancich “Les Italiennes”, commento pittorico Patrizia Bigarella.
Trart edizioni, Trieste, 2018.

Ricordare non è indolore, non è quasi mai volontario, non è cronologico. Ognuno assapora le sue particolari madeleine, è invaso all’improvviso dalle sue personali epifanie; e sebbene la memoria non abbia età e, sul filo delle emozioni, ci restituisca brandelli di passato in ogni epoca della vita, è certo che riesce a scavare tante più gallerie quanto più si fa affollata e intrisa di esperienza. Ha a che fare con il tempo, la memoria, e non solo nel senso forse un poco abusato di “tempo perduto e ritrovato”, ma in quello della frantumazione della durata aristotelica, che per scrittrici e scrittori, e ancor più per i poeti, ha ben poco a che vedere con la vita masticata dalla mente e restituita dalla pagina. Il tempo della scrittura è bergsoniano: non è un tempo teorico ma vissuto, fatto di istanti unici e dalla durata soggettiva, dove un anno può essere incredibilmente breve e un minuto angosciosamente o miracolosamente lungo; è un tempo che se ne sta cheto nella coscienza anche quando sembra superato e dimenticato, colmo di segmenti più o meno remoti ma pronti a riaffiorare, nel bene o nel male, per un’intuizione fulminea o per un’imprevista associazione sensoriale.

Di tutto ciò è ben consapevole Claudio Grisancich, che con la sua cospicua produzione in versi, quasi tutta in dialetto triestino, ha abituato il suo pubblico a un’esplorazione in profondità dei meandri della memoria e degli istanti irripetibili che, in essa, si sono sedimentati. È il suo tempo, sono i suoi momenti di essere, il dispiegarsi della sua vita; suscettibili tuttavia di diventare, come accade in tutta la grande scrittura e nella grande poesia, i momenti di essere di tutti tutte noi e, attraverso attente notazioni quotidiane e private, come in un grande affresco delle Annales la resuscitazione collettiva di un’epoca.

Consegnando a lettrici e lettori questa nuova concentrata raccolta, il poeta affida esplicitamente l’esordio all’operazione tormentosa della memoria – quanto dolore nelle vene/ …/ la leggerezza della madre/ la pesantezza del padre/ quanto dolore nelle vene/ ricordare – rammentando da subito, con quel richiamo al flusso del sangue, che è anche al pulsare vivo e presente del cuore che il ricordo si coniuga. Dire memoria è dunque dire, oltre che tempo trascorso e associazione della mente, palpitazione, pulsione, corporalità, sentimento: quel tuffo dentro al petto, quel colpo, quel battito, quell’apertura o quel restringimento, quella quiete o quel moto d’ira, quella compiutezza o quel senso di nullità impotente che, a seconda di pesantezza o leggerezza, il ricordo provoca. E questa volta, mettendo a riposo il dialetto – come già fatto nel 2013 con i 99 Haiku metropolitani– il poeta ci trasmette, tra struggimento e arguzia, “les Italiennes”: sono italiane, infatti, le sue poesie, che scelgono la lingua nazionale più diffusa e larga; sono italiane le donne che, a cominciare dalla madre, il suo versificare incide e tratteggia. Mossa compositiva volta a scalfire l’abitudine, l’icona ricorrente del “maggiore poeta in triestino”, a condurre verso altre piste e a giocare ambiguamente, come nella poesia deve essere, con le risorse che la lingua – l’italiana – al pari del dialetto mette a disposizione. Tra l’italiano e le italiane, di tanto in tanto e non solo emblematicamente nel titolo, un segno en français poème familiale, memoire, chanson, pour qui s’aime – la lingua simbolo della reminiscenza, lingua struggente di un tempo che fu e che ormai pochi, nell’incalzare di un’estesa totalizzante anglomania, amano ancora pronunciare e sussurrare. E proprio come accadeva negli haiku metropolitani – e come ben metteva in evidenza, nella sua articolata postfazione all’opera, Fulvio Senardi – nel momento in cui usa la lingua italiana, l’accento del que reste-t-il di Claudio Grisancich cambia tonalità e accordi, diventa altro dal rimembrare in dialetto, si fa più incalzante e robusto, meno malinconico e nostalgico, più asciuttamente filosofico.

Sfilano le italiane, non cronologicamente, come del ricordo è proprio; ritroviamo gli oggetti familiari e le semplici cose care al poeta, le situazioni minime da cui da tempo, con il sommesso mormorio del dialetto, estrae indelebile la poesia: la tovaglia, il calendario, le presenze di chi non è più ma continua a essere “nel fiato del pane – accoccolato nel ricordo di un bambino”; la cucina buona e calda, circoscritta, dove i libri si accatastano, la matita con il gommino aspetta, e i versi arrivano, insieme a giochi strampalati del pensiero, tra l’odore di minestra. Rintracciamo le parole acchiappate o non pronunciate sui treni, gli amori consumati nel non detto di una stanza, nelle affrettate partenze che forse non avrebbero dovuto essere, ma anche le invettive di relazioni ingrate e brucianti, che si vorrebbero stracciare nella fuga di una partenza o nella scalfittura della memoria. Incontriamo le cinque donne dell’iniziazione all’amore del poeta, “lune” e “soli” e “comete” di una progressiva non rinnegata educazione sentimentale – cinque ardenti/ braci resistono al gelo dei non/ ritorni cinque catene cinque/ spade ancora e sempre/cinque strade – e la consapevolezza dei rimorsi e delle parole talvolta bugiarde dell’amore. Condividiamo il rimpianto dei giorni quasi felici della giovinezza – ingenui baci/ ormai lontani – senza ritorni – ma intrecciati e annebbiati dal flusso di una storia tragica e crudele che, nell’ombra della Shoah, sostituisce il canto di Trenet con il faticoso traino del carro di Madre Coraggio. Affoghiamo nella luce del ricordo splendente di un tramonto, come nella bellissima rievocazione del mercato dei cavalli ne Gli intenditori, ma ci immergiamo, soprattutto, nella scarna e demistificante meditazione di un’anima che riflette su quel breve attimo che è stata la vita, su “l’ora difficile della sera che viene” e sul chiudersi dell’umana parabola. Allora, le macchie dell’età sul palmo della mano diventano metafora del tempo che ha inghiottito la vita e le vite e, in antitesi con l’apertura cosmica degli interminati spazi e dei sovrumani silenzi dell’infinito leopardiano, mirando contro la luce della finestra lo scoramento esistenziale del poeta non riesce a intravedere nient’altro che “interminati silenzi di chiusi orizzonti”.

Oltre a Leopardi, varie sono le reminiscenze poetiche che percorrono questa raccolta, espresse per allusioni o per esplicite dediche: Anna Achmatova, “disperato giglio”, Anna Frank e la brechtiana Madre Coraggio, Jacques Prévert con le sue familiales, il già citato Charles Trenet, e le dediche manifeste a Leonard Cohen e a Costantino Kavafis, l’uno visto come l’emblema dei ribelli e dei maudits d’oltre oceano, “un misto di whisky e di frontiera” dall’indubbio piglio sociale, l’altro come depositario della supremazia dell’amore su politica e affari. Sono allusioni ambigue, ricreazioni immaginifiche che rappresentano tutt’altro che un modello, ma che rendono piuttosto conto di interessi e predilezioni che costellano il pensiero di ripetizioni benefiche e di costanti, salutari frequentazioni.

Poche ma buone, nel senso di originali sincere disadorne coraggiose, queste “Italiennes” di Claudio Grisancich rompono ancora una volta mappe e prospettive consolidate; e lo fanno, con forza, anche sul piano dello stile e del linguaggio. Il verso del poeta, già da tempo libero denso spezzato, diventa in questo contesto ancora più ardito e rotto, con ripetuti personalissimi enjambement e frequenti pause e frammentazioni, con cesure continue che isolano e fanno risaltare, a volte ambiguamente, termini e significati. Il linguaggio è scarno, pregnante, essenziale, non tende all’effetto ma alla sostanza del pensiero e delle immagini, alla rilevanza di ogni singola parola: scelta e pesata, meditata, osservata, giacché ha anche un impatto grafico-visivo questa silloge; il discorso, quanto mai istantaneo e conciso, si fa luce, ombra, grido, sospiro, ammissione del limite, sinestesia; il ritmo appare disarmonico, sincopato. Sarà interessante sentirla leggere dall’autore, questa poesia, perché come è noto Claudio Grisancich è anche fine dicitore dei suoi versi, che intonati dalla sua voce schiudono significati e suggestioni ulteriori.

Da lettrice immaginifica, e forse ancor più da scrittrice, avverto, o quanto meno amo pensare, che ci sia anche un non detto, un sospeso fra le pagine di questa raccolta, forse l’indugio dell’ispirazione: il tempo rallentato, solo apparentemente dissipato, in attesa che la mano, “stretta allo spigolo del tavolo in cucina”, si raccordia cuore e mente, per squarciare nella parola il velo dei lunghi silenzi e di orizzonti solo momentaneamente chiusi. Magari – come scrive il poeta in un’italiana sublime – magari di sera/ o col sole/ magari/ che piova – forse/ meglio di no. Un “magari” che potrebbe prefigurare un’ipotesi, un desiderio per l’attimo estremo, chissà… ma che può ben rappresentare anche un auspicio per il miracolo dialettico, intermittente della scrittura: magari/ tenendo/ in mano/ un libro – l’indice/ per segno fin dove/ si è letto/magari/ nel buio rimuginando/ il numero degli anni/ vissuti/ magari