di Maria Vittoria Vittori da Letterate Magazine

Ben più di un saggio, Sempre altrove fuggendo di Laura Ricci si configura come un intenso quanto avvincente viaggio critico all’interno di territori narrativi di straordinario spessore, come quelli di Claudio Magris, di Orhan Pamuk, di Melania G.  Mazzucco, alla ricerca di protagoniste di frontiera: donne che, come scrive l’autrice, “attraversano luoghi, epoche e società in grande trasformazione politica e sociale, a contatto con diverse culture, costantemente impegnate nel loro progetto di realizzazione, anche quando vivono in società o condizioni restrittive”.

Tre punti di riferimento hanno preso forma, con una sorta di sollecitante urgenza, nella mia lettura di questo viaggio pluridimensionale, come fossero stazioni. Stazioni di posta – dove confluiscono e si smistano i messaggi più disparati, provenienti da luoghi e tempi lontani e diversi tra loro -; stazioni di sosta – dove fermarsi a interrogarsi e a riflettere -; stazioni di rifornimento, dove attingere nuove risorse per ripensare criticamente le scelte di tutti: autori, autrici, personagge, ma anche le nostre.

Il Museo

Il Museo come deposito di vite vissute e luogo di inaspettate convergenze ancora tutte da vivere, di cui le protagoniste femminili sono le propiziatrici. Si tratta di musei voluti da uomini ma governati da intelletto e sentimento di donna: basti pensare a Luisa  Brooks, che in Non luogo a procedere di Magris raduna, intorno al Museo della Guerra per la Pace, le fila di molteplici storie: della sua famiglia, di sua madre Sara, della sua lontana antenata Luisa  de Navarrete, una schiava nera  vissuta nel XVI secolo, salvatasi dal rogo grazie alla sua appassionata eloquenza nutrita dal desiderio di libertà e poi, come scrive Magris, “riaffondata nell’ombra domestica, nell’oscurità della condizione femminile”. All’interrogativo dello scrittore su quando sarà il tempo del marronage femminile, Laura Ricci replica che la storia “se osservata con occhi di donna svela che l’ora del marronage femminile può essere in ogni tempo e in ogni luogo e che, a saperla vedere, è sempre stata”. Attenzione a questo termine, marronage, perché viene a costituire una sorta di filo conduttore all’interno di questo libro.

Anche Orhan Pamuk, in un gioco di rispecchiamenti, assegna a un uomo, nella fattispecie Kemal, la funzione di costruire un Museo “fondato sul potere terapeutico e sull’innocenza degli oggetti”, quel Museo dell’Innocenza ch’è diventato una tappa inevitabile in un tour di Istanbul; eppure anche qui sono le donne ad emergere in primo piano, a partire da Füsün per la quale l’idea stessa del museo ha preso vita. Una marronne – commenta l’autrice – “che non riesce a comprendere e a gestire con consapevolezza e realismo il suo desiderio e il suo bisogno di autonomia, e che dunque si autodistrugge”.

Possono verificarsi strani incontri nei musei, e perfino i reperti possono farsi latori di messaggi inaspettati: è quanto accade a Melania G. Mazzucco, che nel Museo Nazionale d’Arte Orientale di Roma s’imbatte in un magnifico piatto d’oro proveniente da un sito dell’Iran in cui nell’autunno del 1934 aveva lavorato Annemarie Schwarzenbach. “Alla fine, non diresti che fra te e me c’era un legame?” è la domanda, incisa nel piatto, a cui la scrittrice non vorrà e non potrà sottrarsi. Lei così amata, dedicato alla figura di questa grande – e fino ad allora misconosciuta – fuggitiva ne è il risultato.

La frontiera

Ci sono sempre frontiere nelle storie di Magris, di Pamuk, di Mazzucco e per le loro personagge in fuga: frontiere di luogo, di tempo, di mentalità, di linguaggio. Frontiere che non escludono e che non si chiudono, ma sono mobili, aperte e soprattutto permeabili alla possibilità di sempre nuovi attraversamenti. È questa l’interpretazione che ci viene offerta dalla voce critica di Laura Ricci, in dialogo permanente con le voci dei suoi autori e delle loro personagge. Una voce che ci invita, con il variare delle modulazioni, con il frequente alternarsi dei punti di vista, ad entrare all’interno di questo processo interpretativo di rivelazioni e sconfinamenti, in cui la posta del significato – o meglio dei significati – è sempre in rialzo. C’è ancora tanto da scoprire, insieme, in direzione di un altrove.

L’altrove

Può fungere l’altrove da stazione? Certo non di sosta, bensì di riferimento, di slancio per un’ulteriore rincorsa. Perché c’è sempre un altrove, rispetto alla nostra posizione, da poter inseguire.

È questa la meteora che ha illuminato l’esistenza di Annemarie Schwarzenbach, al centro del romanzo di Mazzucco. Con lei il significato del termine marronage si precisa e si rafforza, perché se c’è stata una marronne d’eccellenza, questa è stata proprio Annemarie, che è vissuta in uno spostamento febbrile – talvolta euforico, più spesso disperato – di luoghi, affetti, amicizie e passioni, alla ricerca di una libertà interiore, e che viene qui accostata da Laura Ricci – sulla scorta delle riflessioni di Laura Boella – alle grandi “imperdonabili” della storia, e in particolare a Simone Weil.

È proprio intorno all’altrove che si radunano i molteplici fili di questo saggio critico. Che si è rivelato capace di emozionarci profondamente con la qualità empatica della sua scrittura e di portarci nel cuore di un’indagine ch’è insieme letteraria, psicologica, etica e politica su quanto l’altrove-nutriente utopia, spazio di libertà, nuova modalità di pensare e agire la differenza-possa costituire  ancora oggi “una fertile frontiera”.

Laura Ricci Sempre altrove fuggendo Vita Activa Edizioni, Trieste, 2019