di Laura Ricci su Articolo21.org

Parlare di «letteratura triestina» è tutt’altro che inconsueto, ma la sola definizione restituisce già di per sé, di questa città di frontiera dalla storia e dall’identità molto peculiari, una sua singolare particolarità: quella di configurarsi, dal punto di vista della cultura letteraria, non tanto come il capoluogo di una porzione territoriale tutto sommato neanche troppo estesa, quanto come una capitale culturale fitta di nomi, di opere e di istanze al pari di un’intera nazione. Un tratto, questo della densità autoriale – che permane tale anche considerando la più vasta dislocazione di matrice istriana e slovena da cui alcuni autori e autrici provenivano e provengono – forse più evidente a chi non è nativo del luogo e, dall’anima complessa della città, si lascia stupire e catturare; una topografia, quella dei temi e dei linguaggi, dall’identità molteplice e per molti versi indefinita – o definita proprio dalla sua promiscua e sfuggente pluriappartenenza – che non è facile catalogare, e che avvinghia da tempo in discussioni e tentativi di definizione quei nativi o quei non nativi che della città hanno fatto una patria forse elusiva ma quanto mai avviluppante.

A misurarsi ancora una volta con le ardue maglie della frontiera letteraria triestina è Katia Pizzi, studiosa associata presso l’Institute of Modern Languages Research, School of Advanced Study dell’Università di Londra, dove dirige un Centro di Ricerca per gli Studi sulla Memoria Culturale. Pizzi, autrice di numerosi saggi pubblicati in Italia, nel Regno Unito, negli Stati Uniti e in Canada, ha già scritto due monografie che si confrontano con Trieste e la cosiddetta triestinità, A City in search of an Author: The Literary Identity of Trieste(Sheffield Academic Press, 2001) e Trieste: italianità, triestinità e male di frontiera (Gedit, 2007), ma in questa nuova pubblicazione edita da Vita Activa, Trieste. una frontiera letteraria (aprile 2019), rispetto alle opere precedenti fa una scelta di tipo diverso. Ovvero, sceglie di realizzare un’antologia letteraria con testi di autori e autrici che vanno dal 1912 al 2010, preceduta da un breve saggio letterario e da una cronologia ragionata. Necessaria, quest’ultima, per far orientare chi legge nel ginepraio degli accadimenti triestini del secolo preso in esame, che attraverso i fermenti dell’irredentismo, il crollo dell’impero austro-ungarico, le due guerre mondiali, le violente conseguenze di fascismo, nazismo, titoismo e le complesse vicende del mai attuato TLT (Territorio Libero di Trieste) vede infine la città entrare a far parte dell’Italia con tutte le non indolori conseguenze che, in rapporto alle aspettative, ne derivarono, per poi riassumere nel tempo un ruolo capace di traghettarla da inattesi rimpianti nostalgici a una nuova, non marginale collocazione.

La scelta dei testi antologizzati non è ovviamente esaustiva e, per dichiarazione esplicita dell’autrice-curatrice, l’intento non è stato quello di creare un compendio letterario, ma di raccogliere con pazienza nel tempo brani che parlassero alla sua sensibilità da parole chiave quali  «confine, sconfinamento, appartenenza plurima, guerra di frontiera, occupazione, esodo, esilio, lingua meticcia, bisticci lessicali, clima, paesaggio», o dagli accenti di nuove originali figure della scrittura contemporanea. Altrettanto vale per la cronologia, che non trascura gli eventi fondamentali della tormentata storia triestina, ma che stemperando l’ufficialità li alterna con altri di storia decisamente quotidiana, talvolta quasi coloristica e cronachistica.

Così non meravigli che nelle scelte antologiche sia esclusa la grande produzione in dialetto (presente solo “Trieste, el mar te cuca” di Fabio Doplicher), o che non siano previsti alcuni grandi nomi; in compenso potremo trovare, in versioni tradotte dallo sloveno, sofferte identità periferiche (ad esempio Srečko Kosovel, Boris Pahor, France Bevk), o riscoprire autori un poco dimenticati come Franco Vegliani e Enrico Morovich. Il tutto lungo la particolare porzione di confine che desidera mostrare l’autrice: uno spazio sbilanciato che intende restituire luce ad autori meno dibattuti o più contemporanei, spesso relegati in ombra a causa di più schiaccianti personalità, e che anche degli autori canonici presenti (Slataper, Joyce, Stuparich, Marin, altri che citerò di seguito) intende mostrare un lato eccentrico. In sintesi ci troveremo di fronte non tanto e non solo all’eterno dibattito tra triestinità e italianità, forse superato in un mondo ovunque multietnico, quanto alla restituzione, secondo le stesse parole dell’autrice, di una città che è stata ed è “ordito sociale e nuova frontiera di crescita, incontri e scambi, centro di negoziati in continuo divenire, esilio, immigrazione e attivismo politico, terreno di prova di nuovi stili e nuove tecnologie”. In modo da arrivare alla Trieste dell’oggi, appunto, in cui dopo la stagione della riflessione individuale che “ha generato una letteratura che, in misura maggiore che altrove, ha incarnato e veicolato affermazione e diffusione identitaria, talvolta arroccandosi sulle categorie chiave di triestinità, italianità e identità di confine”, in tempi più recenti si è potuto assistere “alla traduzione e alla traslazione culturale e memoriale rispetto a comunità altre, sia indigene che di più recente accoglimento”.

Su questa linea gli autori del passato e del presente scelti, posti in ordine cronologico, sembrano quasi inscenare un gioco ambiguo di specchi, in cui chi legge potrà divertirsi a rintracciare vari e sottesi ammiccamenti, o per somiglianza o per contrapposizione. Tanto per esemplificare, ne cito alcuni tra quelli che mi sembra di individuare.
Nel passo tratto da La coscienza di Zeno di Italo Svevo, gli sconfinamenti peripatetici tra cui Zeno Cosini non si avvede di aver oltrepassato la linea del confine e, nello scoppio della Grande Guerra che proprio allora deflagra, non può più raggiungere la sua villa di Lucinico, paiono dialogare per ironia e per il varco di una soglia spazio-temporale epocale con quelli di Gabriella Musetti in “Una passeggiata in città”. La ricerca linguistica e socio-culturale di Fulvio Tomizza (presente con due brani, uno da Alle spalle di Trieste e uno da Franziska), che lo pone su un confine “sempre impuro, meticcio, etnicamente mosso e ibrido per definizione”, sembra rapportarsi con quella non meno sperimentale e originale di Paolo Rumiz, anch’egli antologizzato con il brano “Difesa del minestrone, la casa del diavolo e bisticci lessicali” da Vento di terra. Istria e Fiume. E d’altra parte, in questo caso per dissomiglianza, i personaggi tomizziani che appartengono all’Istria contadina e meticcia e, pur parlando la lingua ufficiale italiana, si esprimono tra loro in italo-croato, come in uno specchio di realistica dissacrazione si contrappongono a quelli solidamente borghesi e italiani dell’Istria di Pier Antonio Quarantotti Gambini, di cui è presente un brano di forte impronta patriottica da Il cavallo Tripoli. Tanto gli uni sono espressione di un mondo subalterno per censo e cultura, che porta ansia e insicurezze e in cui il linguaggio è specchio interiore dello sradicamento totalizzante della frontiera geo-politica – fa notare Katia Pizzi – tanto Paolo, protagonista della trilogia narrativa di Quarantotti Gambini, figlio di possidenti e ben sicuro dell’appartenenza nazionale e culturale, usa la propria italianità come un’armatura protettiva. E nel non semplice latente dissidio tra diverse identità, il brano di France Bevk “Circhina: primi tempi dell’occupazione italiana” tratto da Crepuscolo, con le sue premonizioni di un’impossibilità di dialogo tra italiani conquistatori e sloveni e di promesse di rispetto dei diritti nazionali non mantenute, sembra rimandare ai dolorosi versi del poeta contemporaneo Roberto Dedenaro in “La vera storia del confine”, “La guerra non è mai finita” e “Lo smarrimento del confine”.

L’esodo istriano, oltre che dalla ricerca psicologica e semio-linguistica di Tomizza, è raccontato con note più intime e diaristiche da Nelida Milani e Marisa Madieri, rispettivamente antologizzate con brani tratti da Una valigia di cartone e Verde acqua. Una selezione felice, che ne rende conto con toni pacati e privi di risentimento e di retorica dal punto di vista del ripercuotersi degli eventi storici sulla vita quotidiana, riportando due scelte antitetiche che danno adito alle travagliate vicende di una famiglia che resta a Pola (Milani) e di una che da Fiume si trasferisce invece a Trieste (Madieri).
L’esodo – e Verde acqua di Madieri in particolare – o che venga da una terra istriana o dalla terra promessa dell’anima ebraica anch’essa così presente nella cultura della città giuliana – è forse l’emblema più liquido e assoluto di quel complesso, talvolta ambiguo sentire nostalgico sotteso a tanta letteratura triestina. Ma se come avverte Pizzi è “spesso una mancanza, una nostalgia, una lacuna, o, al più, un negoziato perennemente precario tra spazi-tempi che hanno smarrito la capacità di interagire, a leggersi in filigrana negli scritti qui antologizzati”, lo sguardo sulla contemporaneità schiude orizzonti più aperti, meno tentacolari e claustrofobici, che tendono a liberarsi, tanto per usare un’altra bella e calzante definizione dell’autrice, da “rovine sontuose ma defunte”, a tutto vantaggio di un ripensamento critico della propria storia e dell’inevitabile apertura non solo alle comunità limitrofe, ma a quelle venute da molto lontano.
L’esempio più calzante sono i brani selezionati da alcuni romanzi di Lily-Amber Laila Wadia, una voce che proviene dalla lontana periferia dell’India e che senza rinnegare la sua appartenenza, favorita dalla curiosità intellettuale e dai mezzi del nostro veloce e diffuso contesto contemporaneo, non ha più nulla, ad esempio, delle sofferenze di integrazione dei personaggi di Tomizza, ma fa leva su una comunità mista e solidale di nuovi immigrati come in Amiche per la pelle, e non esita a dispensare ironici e azzeccati consigli su Come diventare italiani in 24 ore. Ma già in un meno recente brano di Giuseppe O. Longo tratto da L’acrobata, nei complessi interrogativi psicologici del personaggio che vive in bilico tra un’inspiegabile aristocratica nostalgia austro-ungarica e una più popolare marinara attitudine triestina, si avverte, stemperato nell’ironia, il bisogno di superare positivamente il dissidio tra presente e passato. E anche nel ben noto “Giardino pubblico” di Claudio Magris (Microcosmi), la passeggiata tra le erme dei grandi classici della letteratura triestina dandone una mirabile sintesi si proietta tuttavia in avanti, affidando al busto momentaneamente senza testa di Svevo – reso acefalo per ben tre volte, annota l’autore – l’ironica incarnazione dell’incomprensione e degli smacchi che deve subire ogni genio anticipatore, e alla metafora del bambino che deve staccarsi dall’amato pesce rosso per lasciare che viva nel più ampio stagno, la necessità del taglio del cordone ombelicale e della crescita.
Del resto delle nuove e diverse frontiere a cui è destinata la letteratura triestina, che senza rinnegare o dimenticare le radici diventa ben più nazionale e internazionale, Claudio Magris e Mauro Covacich – anch’egli antologizzato nel libro con il suo brano sulla risiera di San Sabba tratto da Trieste sottosopra – sono un eccellente esempio. L’uno il maestro internazionale e pluritradotto, che ha esordito giovanissimo con una visione eccentricamente critica del mito asburgico e che non ha mai cessato di rinnovarsi maturando, attraverso molteplici generi, una strabiliante maturità; l’altro l’allievo difforme e ribelle, che cerca e trova una sua espressione peculiare di valore e che certo ha ancora libri e percorsi da compiere di fronte a sé. Entrambi, in ogni caso, testimoni a livelli diversi di una frontiera letteraria che, pur tenendo sempre presente il confine, ne varca a grandi passi la linea per immettersi in uno spazio che ne sormonti il rischio di entropia.