Poche parole, che spero facciano piacere a chi vorrà leggerle, per ricordare Maria Luisa Spaziani, considerata la più grande poeta italiana vivente del nostro tempo fino a ieri, 30 giugno 2014: perché proprio ieri, a 91 anni, è scomparsa nella sua casa romana. Lei che proprio alla morte – accarezzata, attesa, compagna costante e non temuta – ha dedicato l’ultimo di una scelta esaustiva di componimenti poetici raccolti recentemente nei Meridiani Mondadori con la poesia “Testamento”:

Lasciatemi sola con la mia morte.
Deve dirmi parole in re minore
che non conoscono i vostri dizionari.
Parole d’amore ignote anche a Petrarca,
dove l’amore è un oro sopraffino
inadatto a bracciali per polsi umani.

Io e la mia morte parliamo da vecchie amiche
perchè dalla nascita l’ho avuta vicina.
Siamo state compagne di giochi e di letture
e abbiamo accarezzato gli stessi uomini.
Come un’aquila ebbra dall’alto dei cieli,
solo lei mi svelava misure umane.

Ora m’insegnerà altre misure
che stretta nella gabbia dei sei sensi
invano interrogavo sbattendo la testa alle sbarre.
È triste lasciare mia figlia e il libro da finire,
ma lei mi consola e ridendo mi giura
che quanto è da salvare si salverà.

Il suo valore poetico, sparso nei mille e mille versi che ci ha donato nella sua lunghissima e regolare consuetudine con lo scrivere, è esemplarmente racchiuso anche nei pochi appena citati: profonda, continua, anticonformista ricerca esistenziale; richiami ai grandi e sempre attuali, eterni modelli del passato; metafore lucenti come questo suo “oro sopraffino”; valore di quell’amore, espresso in molte e talvolta non comprese forme – inadatto a bracciali per polsi umani – che è sempre stato il filo rosso della sua vita e della sua attività creativa; mirabile, inattesa, irrompente ironia; semplicità e comprensibilità del discorso poetico pur nella complessità dei temi esplorati.

Il suo spessore umano, la sua disponibilità nella grandezza e nella fama che le sono state concesse in vita, erano note a molti/e: ai/alle grandi e piccoli/e che hanno avuto il piacere e l’onore di accostarla. Un piacere e un onore che di tanto in tanto sono stati concessi anche a me, quando ho avuto l’occasione di frequentare a Roma, alla Biblioteca della Camera dei Deputati, i cicli di lezioni e di incontri di poesia che annualmente le erano affidati e in cui sapeva valorizzare poeti e poete spesso poco noti della cui conoscenza è stata pioniera (cito tra gli altri Marceline Desbordes Valmore, Paul-Jean Toulet e Marie Noël, non ancora tradotta in italiano se non parzialmente e informalmente da Spaziani stessa). Con lei ho anche avuto il piacere di ironizzare amabilmente su come avessimo una formazione comune, fatto che mi ha portato ad apprezzare particolarmente la sua produzione e i suoi studi letterari e a scrivere inconsapevolmente, un paio di volte, versi simili ai suoi. Come me, infatti, Maria Luisa Spaziani era una laureata in Lingue e Letterature straniere e aveva svolto su Marcel Proust la sua tesi di laurea. Mi aveva anche invitato ad andarla a trovare nella sua casa romana, per la verità, e a tradurre a mia volta Marie Noël: cose che colpevolmente, presa da un lavoro troppo cogente di piccole e meno piccole attività quotidiane, non ho fatto. Per andarla a trovare non sono più in tempo, ma per tradurre Marie Noël chissà… per questo forse lo sono.

Nata a Torino nel 1922 da una famiglia della buona borghesia – suo padre era un industriale dolciario – Maria Luisa Spaziani ha attraversato il secondo Novecento frequentando e talvolta amando personalità di spicco dell’epoca: Elémire Zolla, che è stato anche suo marito, Eugenio Montale, con il quale ha avuto un lungo e strano rapporto di amicizia e amore, Ezra Pound, Ingeborg Bachmann, Thomas Eliot, Jean Paul Sartre, Jorge Luis Borges, Pablo Picasso. La sua chiarezza poetica, invece, la portava a diffidare delle avanguardie – Sanguineti e il gruppo ’63 ad esempio – al cui linguaggio criptico rimproverava la responsabilità dell’allontanamento di tanti lettori dalla poesia. Grande poeta ma non solo poeta, laureata appunto in Lingue straniere, è stata docente universitaria a Messina di Letteratura tedesca e poi francese e ha curato in ambito accademico volumi dedicati a Pierre de Ronsard e al teatro francese del Settecento, Ottocento e Novecento. Molto proficua e preziosa anche la sua attività di traduttrice dal francese, dedicata a Pierre de Ronsard, Jean Racine, Gustave Flaubert, Paul-Jean.Toulet, André Gide, Marguerite Yourcenar, Marceline Desbordes Valmore, Francis Jammes. Più volte candidata al Premio Nobel, è stata fondatrice nel 1978 del Centro Internazionale Eugenio Montale, ora Universitas Montaliana, e del Premio Montale.

Ricca e molto articolata la sua produzione poetica, concretizzata in numerose raccolte dal 1954 al 2012: Primavera a Parigi, Le acque del sabato, Luna lombarda, Il gong, Utilità della memoria, L’occhio del ciclone, Ultrasuoni, Transito con catene, Poesie, Geometria del disordine, La stella del libero arbitrio, Torri di vedetta, I fasti dell’ortica, La radice del mare, La traversata dell’oasi, La luna è già alta, L’incrocio delle mediane e L’opera poetica, selezione della sua intera produzione pubblicata nel 2012 per i Meridiani Mondadori. Particolare e interessante il suo Giovanna d’Arco (1990), poema in ottave di endecasillabi senza rima: in esso Spaziani ha voluto reinventare, attraverso l’amato e per certi versi speculare personaggio di Giovanna d’Arco e con una narrazione popolaresca e fabulosa in versi, i suoi oltre cinquant’anni d’ininterrotta attività letteraria, saggistica, giornalistica e di ricerca.

Ti salutiamo, Maria Luisa. Come ho scritto questa mattina sui social sarà un arrivederci, no di certo un addio. Perché l’inestimabile bene della tua scrittura e della tua ricerca resta, e come tu stessa hai scritto non ci saranno più sbarre in cui, nelle gabbie dei sensi (sei! non cinque) sbattere invano la testa, ma tutto quanto è da salvare si salverà!