di Laura Ricci da Articolo21.org

Può essere una bella, elettrizzante esperienza, e soprattutto un’esperienza di crescita molto istruttiva, partecipare, per una casa editrice di piccole dimensioni, a una fiera dei diritti editoriali, che non ha nulla a che fare con quelle che in genere si conoscono e si frequentano, ossia quelle in cui nei vari stand si vendono i libri, e di libri già pubblicati si disserta in eventi a essi collegati.

Mi è capitato di leggere, una volta, un appassionante e gustoso resoconto di Luigi Spagnol sulla Fiera del Libro di Francoforte, la celebre Buchmesse fondata nel 1949 dall’associazione dei librai di quella che era, allora, la Repubblica Federale di Germania, incalzata e inseguita, ai nostri giorni, dalla Fiera del Libro di Londra. Quella London Book Fair che, nata nel 1971 al Berners Hotel come un semplice tavolo d’affari per scambiare titoli tra piccoli editori, ha avuto ben presto un tale successo e una crescita talmente esponenziale da essere diventata, dopo Francoforte, la seconda in Europa e, al pari dell’irraggiungibile sorella tedesca, una delle più importanti nel mondo.

Grazie a quel gustoso racconto di Luigi Spagnol – e naturalmente a un minimo di esperienza nel campo dell’editoria e del copyright che, per ragioni che non sto a dire, negli anni ho avuto occasione di accumulare – non mi sono sentita troppo intimidita quando le amiche di Vita Activa, la casa editrice triestina con cui collaboro, mi hanno proposto questa entusiasmante ma non semplice missione editoriale alla LBF 2019, che si è svolta dal 12 al 14 marzo all’Olympia London. Mi sono subito gettata, piuttosto, nel vortice dei contatti e dei preparativi che una fiera di questo tipo presuppone e prescrive. Confortata dal fatto, che come Spagnol tra l’altro annotava, non è tanto l’importanza della casa editrice o la bellezza e la patinata eleganza della Rights list che conta, ma la bontà dei titoli che si vanno a proporre e la capacità di presentarli nel modo giusto. Insomma, mi sono fatta forte della nostra qualifica di “piccola casa editrice indipendente di qualità”, senza temere una Rights list esigua e graficamente spartana, tuttavia pensata per attrarre determinati editori stranieri.

Anche il fatto di essere in un gruppo mi ha dato sicurezza: se infatti questa esperienza si è resa possibile per una casa editrice come la nostra, piccola e tuttavia intenzionata a crescere, è stato grazie ad ADEI, l’associazione degli editori indipendenti italiani, che in virtù della propria forza associativa ha potuto usufruire di uno spazio all’interno dell’Italian Trade Agency, l’agenzia per la promozione delle imprese italiane. Con noi di Vita Activa, sotto l’ala di ADEI rappresentata dal presidente Marco Zapparoli, altre case editrici come Albe, Caissa Italia, Golem, La Corte, Leone, Marcos y Marcos, Nutrimenti, Rosenberg & Sellier, Voland. Insieme perché essere insieme aiuta, perché anche quello che da soli sarebbe impossibile, insieme si può fare. Se si eccettuano del resto i grandi colossi, molti sono gli editori, anche di notevole importanza, che condividono spazi nazionali, e frequenti, anche per altre nazioni, gli stand dell’editoria indipendente: quella più coraggiosa insomma, che guarda alla qualità, incoraggia la produzione più eccentrica e originale e cerca di restare fuori dalle logiche più totalizzanti e massificanti del mercato librario.

Un mercato come un altro, quello del libro, con tutte le sue filiere e i suoi materiali da assemblare, tanto che una fiera dei diritti potrebbe considerarsi, in certo senso, un mercato preliminare, uno spazio esplorativo delle possibili contrattazioni per il commercio con l’estero.

Qui, infatti, si vendono e si comprano i diritti internazionali di traduzione: la merce è questa, del tutto immateriale, spesso già preannunciata e in parte condivisa, in quest’era della comunicazione digitale, attraverso contatti e-mail. Anche la Rights list talvolta è stata già scambiata, tra chi ha avuto la fortuna di fissare preliminarmente gli appuntamenti che cercava. Che cos’è la Rights list?, penso che lo immaginiate. Comunque è il catalogo dei libri disponibili per la vendita dei diritti, con un breve riassunto dell’opera, la biografia dell’autrice o dell’autore, qualche spunto che susciti l’interesse di chi compra, a volte qualche giudizio della critica sull’opera, la specifica dei Paesi per cui i diritti sono disponibili.

Ancor più dello stand, dove in sobri scaffali sono allineati alcuni dei libri di cui si vendono i diritti, il protagonista materiale di queste fiere è il tavolo, dove al ritmo di mezzora in mezzora i responsabili delle varie case editrici si incontrano, si mostrano e discutono i titoli che vengono proposti per la vendita o per l’acquisto, la maggior parte dei quali compaiono nel catalogo dei diritti ma non in esposizione. Difficilmente ci sono vuoti nella scansione temporale degli appuntamenti, soprattutto per le grandi case editrici, che spesso hanno più di un responsabile di settore, a seconda delle acquisizioni e dei settori di vendita. Le case editrici più piccole, invece, hanno uno o due emissari tuttofare. Pressoché impossibile, dunque, poter avere un contatto o uno scambio senza aver preso un appuntamento preventivo. La lingua inglese, almeno qui a Londra, regna sovrana e è imprescindibile, ma si può comunicare in altre lingue se le si conoscono così bene da spiegarsi bene, e vi assicuro, se vi proponete nella lingua madre dell’interlocutore, l’incontro risulta più caldo e produttivo.

Tutti parlano, lingua dopo lingua, appuntamento dietro appuntamento, ma nella grande hall, date le enormi dimensioni, non si sente una confusione eccessiva. Tutto cambia quando ci si reca nello spazio destinato agli agenti letterari, la cosiddetta <<hub>> dell’International Rights Centre al secondo piano: lunghe file di tavoli in uno spazio più ristretto, dove le onde sonore degli innumerevoli discorsi compongono il rombo costante di un vocio di alti e bassi, dei quali si percepisce il rumore ma non il senso. Qui non ci sono libri, tutt’al più qualche foglio, qualche dossier, tablet o pc sui piani d’appoggio, ma anche qualche bevanda per dare sollievo alle impegnatissime corde vocali, e nel continuo via vai degli avvicendamenti ai tavoli si ha davvero l’impressione di una catena di montaggio, pur se sorridente e cortese. La cortesia, del resto, è massima in ogni situazione e fa piacere: non è solo una formalità, solo buona educazione, si sente che aleggiano il rispetto e l’empatia tra persone che condividono la stessa passione di lavoro, l’arte difficile e coraggiosa di fare libri; si respira il senso di appartenenza, pur se a diversi livelli, a una stessa operosa comunità.

Fa un certo effetto incontrare, da emissaria di una piccola casa editrice, i sacri editori dei sacri testi su cui si è consolidata la propria faticata formazione universitaria in certe letterature straniere: quelle edizioni che hanno lontane radici e che hanno pubblicato, quand’erano ancora in vita, grandi classici di fine Ottocento e del Novecento. Ma per la cortese appartenenza comune di cui ho parlato, non ci si sente a disagio neanche con questi colossi, tanto più che sono in genere rappresentati da giovani, per la maggior parte donne, che con la loro gentile competenza testimoniano di realtà verdi e vivaci che hanno ben saputo traghettare nella modernità.

Per tre giorni sono passata anch’io per tutti gli appuntamenti che ero riuscita a fissare, ho osservato, annusato, respirato questo mercato del tutto nuovo di cui non avevo mai avuto esperienza diretta. Per tre giorni mi sono sentita avvolta da una vivacità e da un’effervescenza culturali oltre ogni previsione: un fermento senza pause e senza decrescita, fino all’ultimo pomeriggio, quando improvvisamente, nel giro di un quarto d’ora, tutto si è velocemente quietato, quasi svuotato.
La London Book Fair era finita, o meglio, era finito il carosello dei contatti e cominciava il lavoro della contrattazione vera. Perché è al ritorno a casa che ogni editore, tra le proposte acquisite, fa le vere scelte di acquisizione: con la lettura da parte degli editor dei libri che sono sembrati più interessanti, la valutazione della resa delle traduzioni, la quantificazione dei costi, la stesura di un progetto editoriale per avanzare, con tutti i crismi, un’offerta. Dopo il contatto diretto, saranno di nuovo i file in pdf, gli scambi via mail, le intese in rete a concretizzare il passaggio di chissà quanti libri da una lingua ad altre, la loro diffusione in altri Paesi.
La considerazione? Che se pure siamo nell’ineguagliabile, imprescindibile, assolutamente necessaria era di internet, la relazione vera, una mezzora di colloquio, un volto, un’intonazione, un sorriso, in definitiva la valutazione umana dal vivo, è ancora molto importante. Certe curiosità non sarebbero nate, certe intese non si sarebbero intrecciate solo per mail. In ogni tipo di affare, una stretta di mano non è del tutto irrilevante.