Alessio Brancolino, poeta della terra

Laura Ricci sulla rivista “Fabruaria”, 10 luglio 2004

Alessio Brandolini, poeta emergente dopo aver vinto, nel 2003, il “Premio Alfonso Gatto- Opera prima” con i suoi Divisori orientali (Manni, 2002), continua ad imporsi all’attenzione di studiosi e lettori come una delle nuove interessanti voci della poesia italiana. Romana, avremmo potuto dire fino a poco tempo fa – perché Roma è la città nella quale vive, opera, lavora – ma dopo la sua partecipazione alla XIV edizione del prestigioso festival internazionale di poesia di Medellín (18-25 giugno 2004) in Colombia, dove con Martha Canfield ha rappresentato l’Italia, la sua figura ha acquistato uno spessore di rilievo decisamente nazionale e internazionale. Martha Canfield, oltretutto, è stata la traduttrice in spagnolo della sua ultima silloge poetica, Poesie della terra, pubblicata recentemente, sia in italiano che in spagnolo, da LietoCollelibri di Michelangelo Camilliti.

Se nei Divisori orientali, dopo essere stato per lungo tempo assente dal mondo editoriale (L’alba a Piazza Navona, raccolta da Scheiwiller dopo aver vinto nel ’91 la sezione inediti del “Premio Montale”, risale al 1992) Brandolini offre, da coraggioso e disincantato turista volontario, un’eclettica mobile deformata/deformante visione di tanti quotidiani scenari di quel mondo occidentale in cui la vita si fa talmente spettacolo, da rischiare di scivolare dal reale al virtuale al nulla, nelle Poesie della terra il bersaglio si restringe, l’oggetto e il dire si precisano. E la ricerca, così mirata, recupera dimensione e senso, conduce a un mondo per così dire degli inizi – o senza inizi né fine – a una nominazione vergine e precisa che, nella sua inattuale essenzialità, restituisce un respiro autentico, eternamente reale, astorico.

Gli alberi sono così moderni
da sembrare antichi pensieri
piantati nel respiro, eterni,
persi nella somiglianza, aperti
all’estremo margine del tempo.

Così sembra guidare alla lettura l’epigrafe introduttiva di Franco Facchini.

Gli alberi dunque, e non solo; cespugli, arbusti, frutti, fiori contadini semplici – le rose, ginestra rossa, lavanda, piccoli azzurri petali di rosmarino – erba invasiva e ortiche e rovi, e i lavori e le fatiche, il sudore e i graffi, l’osso del collo scorticato per traslocare fuori città, stabilirsi in una quercia cava, recuperare un mondo rinforzato da vitamine e sali minerali, dove la pioggia cancellerà le impronte, diverrà impossibile tornare indietro. La terra di Brandolini tuttavia, dedicata al padre dolce e tranquillo, dialogante che da questi versi emerge come maestro di lavori campestri – quelli appresi dal poeta nella casa d’origine, sul cucuzzolo di Monte Compatri – e di calmo sereno equilibrio, non è un mondo ideale o bucolico, un eden sognato, ma una dimensione reale che concorre all’interezza. L’intellettuale che non dimentica la corporea fatica, che alla ricerca delle radici – le proprie e le arcaiche – non disdegna lo scavare non solo metaforico della zappa, rintraccia il valore salvifico degli elementi naturali e della lentezza:

Non sentirò il bisogno
d’avere una parte di tutto.
Avrò poco e quel poco mi basterà,
non sentirò la fretta di consumarlo.
Farò a meno d’appigli e stampelle
lascerò la porta spalancata
sarò felice di ricevere ospiti e amici.

Alla fine del denso scarno viaggio nel cuore e nel sale della terra il cerchio non si chiude, torna a riaprirsi:

È come se dovessi ricominciare
tutto dall’’inizio, dai primi
stentati passi

scrive l’autore. E, a sottolineare la semplicità solo apparente di queste liriche sedimentate evocative allusive, giocate su vari piani nell’approfondimento delle emozioni e della parola, così conclude:

Farsi più piccoli
per dormire nei nidi degli uccelli
più agili per arrampicarsi sugli alberi
più leggeri per stendersi sui rami
per poi potarli e raccoglierne i frutti.
Più sottili per passare
tra le sbarre dei cancelli.

Che sia questa, infine – la leggerezza, la sottigliezza – la possibile libertà di un mondo per troppi versi fagocitante, blindato; l’armonica salvezza di un rinnovato necessario riconoscimento, di una ritrovata nominazione dell’ambiente naturale?

La poesia è, per eccellenza, mescolanza sapiente di etica ed estetica, ben lo sapeva Saffo, che non operava differenze fra il buono e il bello. E se nel concetto di estetica rientrano il ritmo, la struttura, la costruzione del discorso poetico, di certo non vi sono estranee le suggestioni della presentazione editoriale. Alla secca meditata eleganza di questo poemetto ben si accorda la raffinatezza di quei piccoli grandi libri che sono i “libriccini da collezione” di LietoColle, rilegati artigianalmente, accurati nella grafica, con le belle ricercate illustrazioni dai bruni, all’ocra, al terra di Siena incollate a mano. Nulla è lasciato al caso, sulla cura della parola del poeta – della terra – ben si innesta l’amoroso scrupolo, il gusto del lavoro ben fatto dell’editore.