di Laura Ricci su Laboratori Poesia

Ma che cos’è, che cos’è mai la poesia? Se lo chiedeva, in alcuni celebri versi, Wislawa Szymborska, rispondendo con un “non so”; lo stesso “non so” che, nell’altrettanto celebre discorso in occasione dell’assegnazione del Premio Nobel, la grande poeta polacca pone a fondamento della parola poetica, avvicinandolo al “non so” da cui si dispiega la ricerca dello scienziato. È un non sapere, il suo, che lascia intravvedere un barlume – modesto, non da vate – di funzione salvifica: ma io non lo so, non lo so e mi aggrappo a questo/ come all’àncora d’un corrimano. Le risposte, in ogni caso, sono varie e diverse, perché varia e diversa è l’umanità, così come vari e diversi sono poeti e poete.
Parlare di Gabriella Musetti, che ho incrociato nella vita molti anni fa come poeta, e poi ritrovato, molti anni dopo, immersa in una grande molteplicità di ruoli, vuol dire rispondere, almeno in parte, a questa domanda e penetrare un poco in quello che può significare fare poesia oggi, dato che, tra molte attività, la sua scrittura continua a essere soprattutto poetica, e che la parola poetica può essere considerata il fil rouge che l’ha accompagnata, nel tempo, attraverso esperienze, cambiamenti, attraversamenti di situazioni, persone e luoghi.

Nata a Genova, ha vissuto in molte città italiane e straniere e ha svolto per molti anni l’insegnamento letterario nei licei italiani e al Collegio del Mondo Unito dell’Adriatico di Duino, realizzando pubblicazioni rivolte al mondo della scuola; femminista, da sempre vicina all’elaborazione culturale del pensiero delle donne, fa parte della Società Italiana delle Letterate e collabora a diverse riviste letterarie; da ben venti anni organizza a Duino “Residenze estive. Incontri residenziali di poesia e letteratura”. Impegnata da lungo tempo nel campo dell’editoria, si è occupata di molte pubblicazioni saggistiche e di narrativa, prima con le edizioni “Il ramo d’oro”, per cui ha tra l’altro curato Sconfinamenti. Confini passaggi soglie nella scrittura delle donne (2008) e, più recentemente, per la casa editrice indipendente “Vita Activa”, di cui è direttrice editoriale e che ha fondato a Trieste, città in cui vive da molti anni, insieme a altre donne. Rendono conto, di questo suo ultimo impegno, alcuni titoli di valide pubblicazioni che ha curato direttamente, quali Guida sentimentale di Trieste (2014), Dice Alice (2015), Oltre le parole. Scrittrici triestine del primo Novecento (2016) e il recentissimo Storie de Fausta del poeta triestino Claudio Grisancich. Libri di donne e non solo, anche di uomini quelli di Vita Activa, che in un mondo in cui le donne hanno trovato un posto sempre meno marginale, pur conservando uno sguardo di genere procede con fiduciosa determinazione oltre il separatismo.

Non dimenticando la molteplicità dell’impegno culturale e sociale di Gabriella Musetti, vorrei ripercorrere la stanza più silenziosa e intima della sua poesia che, negli anni, ha dischiuso con ritmo tranquillo e regolare diverse sillogi: le più recenti Obliquo resta il tempo, LietoColle (2005); A chi di dovere, La Fenice (2007); Beli Andjeo, Il ramo d’oro (2009); Le sorelle, La Vita Felice (2013); La manutenzione dei sentimenti, Samuele Editore (2015).

Percorrere la produzione di uno scrittore o di una scrittrice è oltremodo interessante, perché permette di seguirne l’evoluzione e, al tempo stesso, di cogliere il precisarsi di una poetica che se pure muta nel tempo, quasi mai prescinde da tratti peculiari che ricorrono come leit-motiv o piccole costanti fissazioni di una vita, e della vita svelano e cuciono, in certo qual modo, un possibile senso. Scorrendo l’ultima produzione di Musetti, quella che a partire dal 2005 potremmo far coincidere con una sua nuova e diversa stagione di maturità, uno dei motivi ricorrenti della sua poetica – il tempo – è ben rintracciabile già nel primo titolo.
Obliquo resta il tempo è infatti una silloge che, a partire dall’esplicito esergo, introduce, del tempo, lo sghembo, non sempre decifrabile, interrogativo scorrere: obliquo resta il tempo / una scaglia minuta tra le dita – ragiona l’autrice – e anni “ragionevoli” sospesi tra parole/ sovrastano piegati con misura. La vita è scivolata e continua a scivolare via e sul tempo che scorre, non chiaramente percepibile, quasi subdolamente ostile, la poeta si interroga – e chi legge con lei – quando le attività più abituali e distrattive si fermano, quando s’arresta il vento la sera, o nell’attimo in cui ci si ferma tra un articolo di giornale e una sigaretta, o quando si leggono i segni del trascorrere non tanto nel nostro agire e nel nostro corpo, quanto nel volto e nei modi di chi ci sta accanto; né è il corpo in declino a sdegnarsi dell’iniquo passare, quanto piuttosto la percezione dello spegnersi dello sguardo, della perdita di spontaneità e di immediatezza dei gesti, del grigiore che smorza l’azione. In melanconiche metafore i giorni passano come sabbia tra le dita, sfilano come biche di formiche, nascosti tra foglie secche, sterpi e sassi su cui ondeggia, candido, un asfodelo, che sembra evocare il poco che, in tanto mesto svanire, resta intatto. Eppure, in questa mestizia, si profila una poetica – e un’azione – di resilienza, che trova radice proprio in quel traballare delle semplici usuali certezze, nell’interrogazione di un critico passaggio. La poeta lo dichiara apertamente: non ci saranno chissà quali evasioni, e anche se il cielo si mostra vuoto e la vita non sembra appagante come una volta, sarà nei dettagli minimi, nelle cose familiari, nel regalo di un sorriso inatteso, nel gioco di esserci/ trovarsi aspettare come nuove/ sensazioni già note ma sempre un poco/ disuguali, nella pervicacia di poche sicure quotidiane presenze che si radicheranno il resistere e il superamento. Perché, come recita una delle poesie più belle e illuminanti della raccolta:

il mio altrove è qui
dalle ringhiere di questa scala
le finestre semiaperte
la strada
seminata di auto in sosta
fino al cancello dove Zenia abbaia
sbucando all’improvviso dietro il muro

Siamo di fronte a una moderna Dickinson, che per il suo viaggio nell’ignoto non intende allontanarsi troppo dalla sua casa protetta né, per la sua esplorazione, troppo da sé. Le ringhiere, le finestre semiaperte, il limite ultimo del cancello suggeriscono un confine che non è, tuttavia, una chiusura al mondo, ma la volontà di raggiungerlo da uno spazio che, nell’andare, assicuri un ritorno – come è forse il giardino per il merlo che, dopo aver piluccato il suo verme, non si impedisce il volo a tratti sbandante/ tra le case – ; o di penetrarlo da una storia privata che, come asserisce la dedica del libro, non è “privata veramente”.
“Curiosa e ritrosa osserva i cambiamenti di questo mondo instabile”, è stato detto e pensa di sé Gabriella Musetti: e questa ritrosia, che si declina in molte sfumature e è ben lungi dall’essere sottrazione alla vita o timidezza, si esprime qui nella volontà di un cauto, saggio disincanto. Lo sguardo non rinuncia in ogni caso a indagare, e questi temi torneranno più espliciti – talora in inquietudine, talora in equilibrio – nelle successive raccolte, segnando un cammino progressivo in cui l’ansia dello scorrere del tempo è esorcizzata dallo scorrere del tempo stesso, dal vederne attutita la minaccia attraverso l’analisi e il riadattamento. Questa prima silloge, che marca i cambiamenti dell’età e delle situazioni della vita, fa meglio comprendere, come vedremo, il disilluso eppure pietoso equilibrio dell’ultima a tutt’oggi edita, La manutenzione dei sentimenti, in cui la storia privata dell’inizio si salda a universi gnoseologici di ampia condivisione e a una coraggiosa socializzazione di esperienza e sentire.

Nella raccolta successiva, A chi di dovere (2007), l’introspezione e l’osservazione, di sé e del mondo, continuano lucide e nette, segnano cicatrici e rotture, quasi presentano il conto fin dal titolo, anche se non si percepisce amarezza quanto piuttosto guardingo disincanto, e ironia e autoironia salvano la poeta da ogni tentazione di isolamento e moralismo: A chi di dovere…. a chi spetta intrecciare la riflessione sul trascorrere del tempo e sul mutare della vita, sulla Storia, sul confine sottile tra quanto ancora soddisfa e quanto invece turba o infastidisce, a chi spetta assumere la responsabilità del fare e del dire? A ognuno il suo, a ciascuno la sua parte, sembra essere la risposta: al conto della vita non è lecito sfuggire, tanto più a chi si assume la responsabilità della parola.
L’autrice dà voce a un suo “dire risentito”, a attimi di “doglianza amara” che, come l’incipit annuncia e l’ultimo componimento risolve, sedendo e rimestando “nel grembo della madre” tentano di superarsi nella ricomposizione paziente della memoria e nel lento, diligente lavorio della parola che, nel bene e nel male, ne raccoglie, ordina e decanta i frammenti:

Chi sente il suono e il peso
di un oggetto astratto / la parola /
che modella l’aria rumoreggia
addensa il vuoto e il pieno
della mente chi sente
la sua grazia
raccoglie mano a mano voci
sbalza i contorni / infrange i divieti
non solo aria
qualcosa di concreto
palpabile / materia
si prende in mano
pesa
poi piano si disperde.

La ritrosia si fa rigore poetico (e etico), spoglia e depone quanto ha funzione di involucro, per toccare, in tutto il suo incerto apparire, l’essenziale. Anche se la memoria, nel riscrivere le storie, sorregge incalza sbiadisce rimaneggia/ trasforma/ con la neghittosità dell’animale/ da tana, tanto che alcuni eventi sembrano accaduti non a noi ma a uno sconosciuto. Sono proprio queste “eretiche memorie”, come le definisce l’autrice, a irrompere nel tempo dell’oggi e a demistificare gli inganni dell’Io alla ricerca di certezze. Fino a romperne il gioco, e allora:

[…] È il lato
corto a prendere la via
non fa paura / ora
questo spauracchio
– il rovescio del nulla –
come un guanto subito sfilato
si libra in aria un poco
poi cade a terra avviluppato.

La poesia si applica ad attente riscritture, per decifrare, in uno scenario antiillusorio e antieroico, una traccia sincera dell’esistere. Al rigore e all’onestà della visione corrispondono il rigore e l’essenzialità dello stile: il verso è spezzato da rime e assonanze interne, dal frequente insolito uso dell’enjambement; la parola è precisa, asciuttamente filosofica, intrisa di giochi verbali ironici che tendono a ridimensionare la centralità dell’io e a frenare ogni rischio di egotismo e narcisismo. Piuttosto è l’esterno che, nella necessità dell’accettazione dell’incerta precaria condizione personale, incombe, quello vicino, quello intermedio e quello più lontano: Trieste – Una città di chiacchiere / discorsi a vuoto/ parole riportate/ meglio se acri/ sottili trame impantanate/ e brani sparsi a volontà – completamente aliena dal diffuso immaginario di gloriosa città letteraria; la guerra recente dei Balcani, che dalla vicina base NATO di Aviano lancia il volo carico di bombe volte a colpire popolazioni inermi; la guerra non-guerra in Iraq, che sfalda/ tempi e corpi/ e trame consumate/ nell’efficace rovesciamento del punto di vista con cui i morti dal video osservano/ le menti rassegnate di chi è al sicuro. Ma non c’è scampo, perché anche se lui guarda la televisione fumando e lei rassetta la cucina, lui vuole fare la rivoluzione a distanza e lei prepara lo stufato, anche se La guerra non ci riguarda/ non è da noi, a casa nostra/ e poi, è contro una dittatura/ e noi, con la coscienza casta/ viviamo in libertà, nonostante tutto ciò, quelle bombe non infieriscono su un altrove troppo lontano. E allora:

È nostra responsabilità
questa guerra oscura
e le altre guerre, tutte
le menzogne per coprire
la spoliazione del pianeta.

È una poesia che trae linfa dalla realtà esistenziale quella di Gabriella Musetti, e i Balcani – che irrompono da questi versi con il ricordo degli sciagurati bombardamenti che vi furono scagliati contro nel 1999 – sono una realtà molto intrecciata con la vita quotidiana dell’autrice, in ragione del suo seguire da vicino l’attività della Onlus “Non bombe ma solo caramelle”, che si è contraddistinta negli anni ed è tuttora impegnata in una solida politica di progetti umanitari in quei territori.

Si deve proprio a un viaggio in area balcanica la folgorazione di Beli Andjeo, poemetto pubblicato nella bella collana “l’armonica” delle edizioni Il ramo d’oro (2009). Beli Andjeo – Angelo bianco – segna un passaggio cruciale nella poetica di Musetti: un crinale che, nonostante il trascorrere del tempo e il continuo mutare di ogni apparenza, sospinge verso consapevolezze nuove e un imprescindibile ritagliato equilibrio, verso quella sottile necessaria tecnica dell’anima che l’autrice definirà molto felicemente, in un passaggio successivo, “manutenzione dei sentimenti”.
L’Angelo bianco è il candido incombente protagonista di un affresco del XIII secolo che, nel Monastero Ortodosso di Mileševa, nella Serbia meridionale, rappresenta l’avvenuta Resurrezione di Cristo. Nel dipinto l’angelo ha compiuto la sua missione di annuncio e siede in riposo, un’ala ancora spiegata una reclinata, su un masso squadrato di pietra rosa che occupa la parte centrale della scena; due donne, trattenendo con la mano i rispettivi mantelli – uno grigio-azzurro, l’altro amaranto – lo guardano sorprese, quasi spaurite dal margine dell’affresco, sul varco della finestra della parete ripreso, dal pittore, a guisa di ponte. Le donne, che si aspettavano di trovare il cadavere di Gesù, osservano “l’angelo possente”, l’una pressata all’altra/ […] / i capi un poco chini lo sguardo incredulo/ il timore appena rimarcato ferme nell’attimo/ senza tempo dell’attesa. Ma l’angelo non le guarda, né guarda verso il dito della sua mano che indica, probabilmente, la strada che tuttavia non è rappresentata; guarda piuttosto davanti a sé, verso chi osserva l’affresco, con sguardo chiaro, calmo, con sul volto un autorevole cenno di sorriso. Più volte i versi tornano sullo sguardo altro, serafico, indifferente all’umano dell’angelo, sul gesto perentorio dell’indice, sulla strada che non si vede/ non è certa/ non è agevole – forse -/ ma chiaramente indicata dall’angelo:

di tutto il movimento appena smesso
quel dito è fermo
e indica la via
a noi perplessi che passiamo da ogni cosa
brevi segni d’impermanenza

L’impermanenza, l’impermanenza di ogni umana misura, è il motivo ricorrente contrapposto alla misura altra del divino, fin dai versi dati in esergo al poemetto, tratti dalla seconda elegia di Rilke :

Perché sembra che tutto
ci nasconda. Vedi, gli alberi sono; le case,
che abitiamo perdurano. Soltanto noi da tutto
passiamo, come un’aria che cambia.
E tutto congiura a tacere di noi, in parte come
vergogna, o forse come speranza indicibile.

Come l’autrice scrive in una breve prosa finale, è la dismisura dell’Angelo a colpire, “fuori dal tempo, in un tempo fermo”, mentre le donne che si trovano sul ponte, nell’incertezza e nell’interrogazione dei loro sguardi impauriti “sono dentro il tempo non ancora compiuto, sono in attesa di un evento”. L’affresco, e i versi della poeta, pongono chi guarda e chi legge di fronte al contrasto tra la dismisura del divino, l’imperscrutabile, “l’oltre-umano”, rappresentati dall’imperturbabile atarassia dell’angelo, e l’umano con la sua incertezza, dolore e precarietà, incarnato dalla timorosa ritrosia delle donne; presenta il conflitto tra due piani inconciliabili, quello della storia, con tutte le tragedie che ha comportato e comporta, e quello fuori dal tempo. “Ma aver collocato le due donne su di un ponte – conclude Musetti – può essere letto come indicazione di una possibilità di transizione ad altro, essendo il ponte luogo simbolico per eccellenza del passaggio”. Si torna, forse, alla “speranza indicibile” dell’esergo rilkiano.
In una mirabile sintesi l’autrice sembra raccogliere, per noi e per sé, l’indicazione dell’angelo, mediandola, al fine di una laica transizione ad altro, con l’umana ritrosia delle donne. Il dito dell’angelo indica una strada ignota, ma indica, bisogna andare: sulla strada incerta, non agevole, irta, precaria, ma da affrontare. E le donne ritrose, che tanto definiscono anche quella “ritrosia” che Gabriella Musetti attribuisce a sé – curiosa e ritrosa, ricordate? – sembra gettare un ponte per la successiva silloge, Le Sorelle. È alle due donne dell’affresco, infatti, che in Beli Andjeo la poeta si sente vicina:

io sento fraterno lo sguardo delle donne
quel timore antico
non semplice paura dell’ignoto
quella ritrosia
che non è segno di debolezza
o incapacità d’azione audace
è monito del pianto e dello strazio
di tutte conseguenze già subite
parole solo in soffio appena dette di madri
di sorelle di amanti
come di chi conosce il peso delle storie

È nella loro reciproca vicinanza, nella loro relazione, che alla fine del poemetto si annuncia un passaggio di speranza, la transizione dall’umano originario dolore ad altro:

l’una all’altra bisbiglia una speranza
soltanto un cenno
a guardare oltre la mano
che indica la strada
oltre quel dolore originario che scompone
i petti
come dal ponte ancora incerte
ma più temerarie le due donne

possono andare all’altra riva

Un’alterità che se per i credenti si colloca in una dimensione ultraterrena, per i non credenti potrebbe collocarsi nella sorellanza – e fratellanza – della relazione. Tacere di noi, secondo e oltre i versi rilkiani, come vergogna/ di un’infima esistenza dissipata/ nella disgregazione massima/ – la perdita l’annientamento/ di lingue relazioni vicinanze – come è accaduto con la guerra nelle terre serbe dell’angelo bianco – ma tacere, forse, “come speranza indicibile” di un possibile traghettare.

Nella raccolta Le sorelle (2013), Gabriella Musetti si rivolge, in vicinanza e sorellanza – e in punta di piedi, senza retorica, senza certezze, piuttosto in una ponderata rispettosa relazione di indagine filosofica – a due giovani donne, Francesca e Michela, diverse, come tra sorelle accade, l’una dall’altra. La metafora del ponte, che concludeva come speranza il poemetto dell’Angelo bianco, torna nell’esergo mutuato da Marina Cvetaeva, ma in questo contesto in un’attitudine di estenuazione, in un’implicita domanda: Io – anima senza corpo/ Di tutti quei ponti, quei posti/ Dove aspettavo e cantavo, sola/ Come uno spirito, un’asta/. Me – anima senza corpo/ Di tutti quei ponti, quei posti.
La perdita, la separazione, l’annientamento, e soprattutto la dissipazione – termine che è ripreso nel titolo che precede la prima parte, “Allegoria della dissipazione”, e che ricorre ripetutamente nei versi – dicono di un dolore, di un immotivato senso di colpa, di uno sbriciolamento del mondo e di sé dovuti a una condizione di crisi dopo una dolorosa prematura perdita, che si configura come la morte della madre. La poeta, che sembra voler raccogliere il testimone ponendosi come madre simbolica, desidera venire in aiuto alla giovane donna a cui si rivolge, per tentare di riportarla, con amorevolezza partecipe e dall’interno di questo stato di difficoltà, in una realtà che per quanto si mostri dura, ingiusta e di difficile decifrazione, costituisce comunque l’unica alternativa possibile per ristabilire una relazione positiva con gli umani e con il proprio sé. Inutile provare e riprovare a districare il perché delle cose, a chiedersi se è stato giusto, se esiste un senso, inutile “sberciare” istante per istante il proprio presente senza volere / o riuscire / a rompere la corazza/

dell’attimo urgente. L’autrice non sa dire, non ha ricette, ma esorta tra le righe, di fronte all’inesplicabile, a una scelta non autopunitiva, diversa:

Se una morte è stata imponderabile
e senza remissione è intervenuta
spaccando e sfilacciando
ogni esistenza
ora / quest’altra dissipazione /
non è un evento dell’arbitrio
del destino
è scelta – se pure inconsapevole –
o inerzia o autopunizione
/ ma resta un arbitrato dell’umano /

La prima parte è conclusa da due prose liriche che, come sovente accade nella poesia di Gabriella Musetti, riflettono in modo più generale sulla condizione esperienziale e apparentemente privata prospettata dai versi: in questo caso sullo sconquasso dell’adolescenza, che “è vuoto interiore che fiacca e travolge. Persegue i propri disegni al di là di ogni ripensamento, di ogni ragionevolezza”, dando libero accanito sfogo “a un’ansia di distruzione che occorre buttar fuori” e disperdere oltre i confini del proprio sé. “Solo la ricerca tenace di qualcosa che si avverte dentro e fuori assume senso, sebbene un senso oscuro”, conclude la poeta.

La seconda parte, intitolata “Le sorelle”, è introdotta dalle parole della filosofa Maria Zambrano sul valore conoscitivo dell’esperienza che si converte in “sapere trasmissibile, sebbene mai interamente”. È dedicata a Michela, rappresentata in aprile, con sguardo radioso, nel giorno del suo ventottesimo compleanno; e poi mentre sale insieme all’autrice, nella stessa fiorita primavera, verso il tempio di Hase-dera a Kamakura, antica città imperiale del Giappone, dove è conservata una grande statua di Kannon dalla “compassione infinita che con le sue undici facce guarda in ogni direzione e non perde mai di vista chi ha bisogno del suo aiuto”. Questa sezione della silloge è più luminosa e lieve e sembra affidare alla serenità di Michela, che ha reagito al lutto in modo più equilibrato, la speranza di una vita nuova che anche la più tormentata sorella possa raccogliere. Con versi nitidi e lucenti, Michela è colta in giugno mentre si fa festa nella piccola ridente casa che ha preparato per due, dove per un miracolo del cuore, capace di moltiplicare l’estensione, lo spazio non è poco/ se riempie il vuoto smisurato tra gli oggetti; e questo giorno di festa è un giorno speciale/ un giorno netto/ come una donna pia, scandisce con incisiva purezza la poeta.
Non c’è, in chi scrive, giudizio di valore verso le sorelle e il loro modo disuguale di affrontare la vita e i suoi dolori, ma comprensione e partecipazione rispettose della loro diversità; come tratteggia, fisicamente e metaforicamente, la splendente immagine che le descrive insieme nelle vie della loro città:

Le sorelle affiancate sono belle
quando camminano per Novara
lambisce il sole radente i capelli mossi
al vento rimbalza nell’aria
la giovinezza
– dagli occhi accesi –
azzurri /

Diverse come tante altre sorelle, hanno in comune, come loro tutte, il ventre, il volto, la voce della madre. Lo scritto finale, che riflette sugli aspetti molteplici del rapporto sororale – che unisce e distanzia, che può rendere amiche o nemiche, generare condivisioni o fratture, complicità o lontananze – evidenzia quanto di imprescindibile contenga “anche quando diviene estraneo, quando fa male”. C’è qualcosa che spinge dal profondo, in questa stretta relazione, riconoscibile pur se taciuto: “Punto fisso nella memoria – evidenzia l’autrice – è quel volto, il volto della madre. Essere state dentro le stesse acque, ninnate dallo stesso ritmo, del cuore e del respiro, accolte nelle stesse braccia. E le parole, le prime udite, della stessa voce”.

Sulla scia già indicata da Beli Andjeo, questa raccolta segna una ulteriore maturazione della poesia di Gabriella Musetti, sia dal punto di vista del pensiero sia da quello della forma. Possiamo a ragione parlare di poesia sociale e civile, nell’attitudine e nella capacità di astrarre dalla propria esperienza situazioni e riflessioni che riguardano la vita di tutte e tutti, toccando corpi e menti, solitudini e fragilità, rendendo conto della precarietà della condizione umana, e di quanto ogni attenta pietas e il porsi in relazione nella dura sorte possano far sentire parte di un insieme più vasto e soccorrere.
Dal punto di vista stilistico la poeta, che sempre si è contraddistinta per asciuttezza e precisione, ha affinato ulteriormente il suo stile: ritmo, significati, immagini, suoni, suggestioni si legano in un impianto di estrema nitidezza e rigore, in cui nessun elemento è superfluo e tutto concorre a dare forma a un efficace, trasmissibile universo poetico. La poesia passa e si comunica, e questo ne segna il valore; giacché la poesia vera non si gioca su quanto è indecifrabile e cerebrale, ma sulla molteplicità dei piani sinestetici e di lettura, sulla stratificazione complessa della fruibilità della parola. Man mano che il pensiero si precisa e si complica, la parola di Musetti diventa più chiara e limpida, la forma più libera, affidando alla mancanza della punteggiatura tradizionale, al trattino, alle spaziature tra i versi e tra parti di versi, la sottolineatura di possibilità diverse nel ritmo e nei significati: tutti elementi stilistici peculiari e compiuti, che tornano nella raccolta successiva.

Quella “storia privata/ ma non privata/ veramente” che Gabriella Musetti annunciava in Obliquo resta il tempo, ha saputo espandersi in Le sorelle in una piena maturità, che continuerà a evolvere e a distinguere la poeta in quella che è, al momento, la sua ultima silloge edita: La manutenzione dei sentimenti, Samuele Editore (2015). Anche in questa raccolta l’autrice muove da un tema apparentemente personale – il racconto in versi di una lunga vita matrimoniale che attraversa esperienze e città – per aprirlo a una prospettiva sociale e condivisa: quella dell’inevitabile mutare e declinare dell’esistenza, che proprio attraverso un’accorta e assidua manutenzione dei sentimenti può essere un’avventura sempre nuova e proficua. Un percorso di osservazione e di introspezione che apre all’altro da sé, nella sollecitudine e nell’attenzione per le relazioni e per il mondo esterno. L’autrice procede dalla città della nascita e della giovinezza, Genova – la sete dei vent’anni l’ingordigia/ che fa tremare i polsi – alle città attraversate, vissute e amate nella vita coniugale – Manchester, Parigi, Novara, Salisburgo, la Sardegna, Lubiana, Kyoto – a quella della maturità, Trieste, porto meno esaltante ma necessario e stabile, che tuttavia ha il pregio di affacciarsi sui Balcani; percorre gli entusiasmi e gli ardori giovanili – in cui a perdermi di te/ anche il tocco di un mignolo/ sul palmo della mano era bastante – le responsabilità non rinunciatarie e gioiose della famiglia, la perdita del vigore della giovinezza e l’insorgere della malattia, affrontati con una convivenza premurosa e paziente:

il viaggio ai Monasteri
è stato memorabile la Serbia è bella
[…]
L’ultimo viaggio insieme da spensierati
per quanto si può essere – ragionevolmente –
già ti affaticavi e il respiro
si faceva roco – ma passeggero

ora viaggiamo fino in giardino
col vecchio cane che c’incontra a mezza strada
e lieto ci accompagna

Temi che vengono scandagliati e narrati per condividere il dire e il fare, per testimoniare non di un’esistenza individuale, ma per mettere a disposizione, partendo da sé, quello che si è imparato leggendo nel grande libro dell’umana esistenza. “La confessione pubblica di questioni private è parola che rasenta l’atto spudorato e chiede energia sufficiente, quando non va in cerca di esibizione. – esplicita l’autrice nelle prose poste tra una sezione e l’altra del libro – è comunque una esposizione giocata sulla necessità del dire, se da una singola vita scaturisce come pegno. Ma anche si dispone nella scia dei temi interroganti una generazione di donne adulte, domanda innovativa di ripensare il tempo che avanza”. Come spesso accade nella poesia di Musetti, è nei brevi intermezzi in prosa che si accentua la riflessione gnoseologica, così da rendere ulteriormente universale la singola esperienza.
Si fa strada, nella sua poetica, il concetto dei “passaggi ibridati”, quegli snodi che tengono insieme la molteplicità dei varchi, delle fenditure talvolta scabrose di ogni vita, fino a connettere, quasi fossero movimenti prossimi, “ il tempo e l’extratempo, che alcuni chiamano morte”. Accade nella difficoltà che, sebbene sia molto ben definito il prima e il dopo della malattia, si possa a volte cogliere, casualmente, “l’imprevisto, il bello, la connessione tra noi e il mondo. L’attimo rivela una comprensione più allargata, supera l’io, esce fuori dal circuito limitato della esperienza singola per sfiorare l’assoluto”. Così lo scandiscono, cesellando ogni singola parola, alcuni versi:

restando sui limiti
si arriva
a dare spazio dentro
l’isolamento
non sembra perdita
semmai ricerca
slancio di frammento

E accade che, nel recupero di frammenti, “tutto ci è dato per particelle di esistenza – incide come bisturi la prosa poetica dell’autrice – minuterie di vita di parole di immagini di suoni di affetti di moti che cerchiamo di raccogliere in ordine provvisorio. Benché difficile e anche inutile è il nostro modo di stare al mondo”. Nel gioco opaco di illusione e realtà, nell’impietoso scorrere del tempo, la poeta ci sbalza fuori da ogni inganno soggettivo. La goccia che in alcuni versi scivola “indifferente” sui petali rossi e spalancati delle rose, che si aprono scambiando per la primavera una calda giornata invernale, quasi riporta all’indifferenza dell’Angelo bianco; ma come le due donne ritrose, nonostante tutto l’io non può fare a meno di andare. Nell’apprendistato del permanere nella durezza del mondo, la poesia entra nella vita e prova a individuarne la non semplice ma possibile manutenzione. L’angelico gesto che mostra la strada si fonde, qui, con l’intenso monito di Emily Dickinson, che costituisce l’incipit e la fine della silloge poetica:

Degli attimi fuggenti è fatto il sempre –
non è un tempo diverso –
se non per l’infinità –
o l’ampiezza della casa –

E allora, aggiunge in definitiva conclusione Musetti, “l’io si fa da parte, si ritrae. Modo indiretto di osservare, di lato. La traiettoria sbieca mette a fuoco immagini non ortogonali, lascia spazio a ciò che accade indipendentemente da noi, non si sovrappone. Osserva i cambiamenti, prende parte – quando vale. Nell’attimo sospeso, a volte, la bellezza”.

Dal mondo, il moto del pensiero conduce all’angolo salvifico della poesia; e da quel punto di riparo, l’ampiezza della casa della poesia risospinge al mondo.