di Laura Ricci da Articolo21.org

Viviamo in un’epoca di densa e veloce comunicazione e, come la comunicazione ci mostra, di grandi violenze e atrocità, pur se è difficile appurare se sia, in effetti, un tempo di maggiore e diffusa violenza o se invece così appare perché un’informazione meno intrusiva e invasiva, quando non addirittura manipolata, non ha permesso di cogliere, del passato, tutto l’orrore. Il flusso fuggevole e veloce delle notizie, ieri e ancor più oggi, creava e crea un effetto di “chiodo scaccia chiodo” che, di fronte a nuove stragi, guerre, rappresaglie, ingiustizie, problematiche economiche di sopravvivenza, tende a far dimenticare le efferatezze del passato – sia pure recente e talvolta ancora sanguinante – per la continua, feroce invasione del presente. Ha dunque una ragione di essere e un senso prezioso una pubblicazione come “Non Bombe Ma Solo Caramelle” – sottotitolo “Storia di una ONLUS anomala” – pubblicato, a cura di Mariella Grande, per le edizioni Kappa Vu di Udine.

Il libro, scritto grazie a una lunga intervista rilasciata da Gilberto Vlaic, presidente della Onlus “Non Bombe Ma Solo Caramelle” più brevemente denominata NBMSC, ricostruisce la storia di questa meritevole e ancora attivissima associazione nata nel 1999 a Trieste sull’onda dell’indignazione per l’intervento militare dell’Italia, all’epoca sotto il governo D’Alema, nel conflitto in corso nei Balcani, più specificamente in quella che fu denominata la guerra del Kosovo. Come è noto, la motivazione ufficiale dell’intervento dei Paesi dell’Alleanza atlantica – a cui l’Italia partecipò motivandolo come una “guerra giusta” e affermando che avrebbe solo fornito l’uso della base di Aviano, cosa smentita dai fatti perché le bombe furono anche italiane – fu quella di voler fermare la pulizia etnica praticata dal regime di Milošević nella regione kosoviana, a maggioranza albanese. Ma al di là del fatto che, almeno quando si aggredisce, non esistono “guerre giuste”, la guerra fu quasi tutta aerea, dunque soprattutto su strutture e popolazioni civili inermi che nulla avevano a che fare con le violenze di stampo etnico che si diceva di voler colpire, e i raid offensivi partiti dalla base NATO di Aviano distrussero volontariamente complessi industriali di quel territorio che oggi corrisponde alla Serbia, minandone l’economia. Non è un caso che NBMSC, sia pure con contatti in altre città italiane, si sia formata proprio a Trieste, città pesantemente attraversata dal rumore sinistro di quei raid; e più precisamente, come nel libro si racconta, dal confronto e dalle discussioni in seno ai presidi politici di protesta, preminentemente di sinistra, che all’epoca avevano trovato il loro luogo di riferimento in Piazza Sant’Antonio.

Nata, come altre azioni e associazioni, sull’onda emotiva del momento – ma da subito in contrapposizione all’insufficienza e al momentaneo imbroglio che fu allora la missione Arcobaleno – contrariamente ad altri gruppi che si sono presto dissolti, NBMSC ha voluto e saputo darsi pressoché da subito quell’organizzazione logica, efficiente e trasparente che le ha permesso di agire e di resistere nel tempo e di essere, ancora oggi, attivissima a distanza di quasi venti anni. Perché, seppure in Serbia non si viva più una situazione di emergenza, sebbene di quel breve conflitto poco o nulla ormai si parli, esiste in alcuni territori un fortissimo disagio, dovuto in gran parte alla distruzione di strutture civili e industriali e alla gravissima crisi economica che quell’incursione, sia pur breve, causò.

Racconta Gilberto Vlaic come nel 2000, dopo estenuanti riunioni su analisi radicalmente diverse, molte persone del presidio di Piazza Sant’Antonio se ne andarono per altre strade, perché nel frattempo erano sorte altre emergenze legate ai popoli kurdo e palestinese e la questione jugoslava era passata in secondo piano. E come una quindicina di persone, ben consce di quanto l’organizzazione fosse necessaria per supplire alla caduta dell’emozione iniziale, decisero di dare continuità a quell’esperienza solidale attraverso una struttura organizzata, per aiutare il popolo jugoslavo martoriato dai bombardamenti che, seppure cessati, avevano provocato danni ingenti e duraturi. Con il duplice obiettivo di realizzare azioni concrete per sostenere quel popolo bombardato e, al tempo stesso, di fare controinformazione in una questione taciuta o falsificata.

I raid aerei, durati dalla fine di marzo ai primi del giugno 1999, quando quella guerra lampo si concluse con l’accordo di Kumanovo, avevano colpito Belgrado e altre località serbe, ma il bombardamento più gravido di conseguenze era stato, il 9 e il 12 aprile, quello della Zastava di Kragujevac, il complesso metallurgico di auto, armi e macchinari che dava lavoro a trentaseimila operai. I lavoratori della Zastava avevano lanciato un appello ai sindacati europei per creare un fronte di opposizione ai bombardamenti sulla Jugoslavia. Pochi risposero – tra le isolate realtà italiane la CGIL lombarda, la Camera del Lavoro di Trieste e quella di Massa Carrara – e, a guerra conclusa, si svolse un viaggio in Italia di alcuni rappresentanti del Samostalni, il sindacato al quale erano iscritti quasi tutti i lavoratori della Zastava, che volevano incontrare le realtà del nostro Paese che si erano dichiarate contro la guerra. Fu dopo questo tour italiano dei lavoratori della Zastava e di chi con loro era solidale – più che altro un ampio coordinamento delle RSU, ma non la CGIL ufficiale – che tra alterne vicende il gruppo “Internazionalismo e Solidarietà” di Trieste entra in contatto con questa realtà sindacale jugoslava, diventando “Zastava Trieste” e, successivamente, NBMSC. Ed è questa la ragione per cui, soprattutto dopo un viaggio a Kragujevac nel marzo 2001 di Gilberto Vlaic – insieme ad altri tra cui Lino e Alma Anelli, figure importanti per il precisarsi dell’azione della futura Onlus – è proprio la zona di Kraguievac a diventare il territorio d’elezione per l’attività solidale dell’associazione.

Non si tratta e non si è mai trattato, infatti, di inviare aiuti impersonali e a pioggia, e proprio un metodo particolare e condiviso ha permesso a NBMSC di crescere consistentemente, sia in credibilità, sia nel volume e nell’importanza dei progetti umanitari compiuti o in corso di svolgimento. Un’affidabilità a cui non è certo estranea la figura di Vlaic, atipico e stimato docente universitario di sinistra oggi in pensione, e l’efficienza e l’affidabilità dei collaboratori e delle collaboratrici che lo affiancano. Tra tutti, preziosa e attivissima fin dall’inizio dell’esperienza, Rajka Veljović, un’impiegata che faceva la traduttrice per la Zastava, e che ha sempre costituito il filo di collegamento tra la Onlus italiana e gli enti e le persone che usufruiscono del suo continuo e valido aiuto. Fatto importante, per entrare nel metodo, progetti e aiuti passano attraverso il sindacato e non sono mai proposti dall’alto, ma richiesti, con un piano dettagliato di intervento e di spesa, da realtà istituzionali e sociali serbe. L’affido è stata la prima forma di aiuto e, nel tempo, l’associazione ne ha intavolati moltissimi; poi è venuta la ricostruzione di scuole, ospedali, ambulatori, altre strutture pesantemente danneggiate dalla guerra e, successivamente, il miglioramento di molti luoghi sociali – scuole, ospedali, centri per anziani e per disabili, luoghi di aggregazione – per favorire l’educazione dei giovani e, più in generale, la qualità della vita e la relazione tra le persone. Un progetto a parte, molto significativo, è stato il miglioramento delle terribili e inumane condizioni in cui versava il campo profughi di Trmbas.

Sempre per favorire la relazione, la trasparenza e il contatto diretto, la Onlus compiva viaggi trimestrali in Serbia – oggi un poco meno assidui ma comunque frequenti – e gli aiuti vengono distribuiti o illustrati durante una cerimonia pubblica, il cui scopo dichiarato è il perseguimento della pace e della solidarietà tra i popoli. Questo contribuisce a stabilire contatti personali durevoli e, talvolta, anche gruppi scolastici o di lavoratori serbi sono venuti a Trieste e dintorni, per gemellaggi tra giovani e per far conoscere in qualche pubblico evento le loro tradizioni e la loro cultura. La trasparenza è inoltre assicurata da relazioni dettagliate e esaustive sulle attività e i progetti svolti, il loro costo e il loro impatto. Nulla in fatto di comunicazione è trascurato, e NBMSC è presente in modo serio e esaustivo anche sui social.

Specie all’inizio si è lavorato con altre Onlus e altre realtà solidali d’Italia, raccogliendo fondi e aiuti in vari territori regionali, e tuttora con NBMSC collaborano piuttosto strettamente gruppi affidatari lombardi e di Torino, l’associazione “Zastava Brescia per la solidarietà internazionale” e l’associazione “Mir Sada” di Lecco. Gli interventi umanitari sono a volte molto complessi, sia dal punto di vista organizzativo che burocratico, è dunque molto importante che si creino sinergie tra enti e istituzioni diverse – consolati, ambasciate, ministeri, ospedali – che proprio la capillarità dei rapporti tra associazioni e singoli concorre a creare. Incoraggiate dai risultati e dalla trasparenza, molte sono le famiglie, le persone e gli enti che sostengono l’associazione con donazioni in denaro o in strumentazioni. Un sostegno importante è esercitato dalla Comunità Religiosa Serbo-Ortodossa di Trieste e, in modo ancor più consistente, dalla Chiesa Valdese, che destina a progetti specifici di solidarietà i fondi che riceve attraverso il meccanismo dell’otto per mille.

jAnche questo recente volume ha voluto essere uno strumento di informazione e trasparenza, sintetizzando nelle pagine curate da Mariella Grande l’esperienza e i progetti di tutti questi anni di attività che, attraverso la memoria e i documenti, Gilberto Vlaic ha assemblato e ricostruito. Il titolo del libro e la sua copertina, come anche l’insolito nome dell’associazione, vengono da un disegno fatto da un bambino che, oltre a rappresentare una casa distrutta da un bombardamento e un bambino che fugge, recava la scritta: “Mandateci le caramelle e non le bombe”. Fatto molto importante, il libro non raccoglie solo l’intervista a Vlaic, ma anche un suggestivo diario di viaggio di Mariella Grande, la curatrice del volume, e attraverso altre interviste e alcune testimonianze, tutte molto incisive e toccanti, numerose voci tra quanti hanno partecipato, a vario titolo, alla vita o ai viaggi in Serbia dell’associazione.

Tra tutte, mi sembrano molto significative due interviste rilasciate a Gabriella Musetti, scrittrice, da Rajka Veljović, il già nominato filo rosso dell’associazione tra Italia e Serbia: una rilasciata a Trieste nel 2003, l’altra a Kragujevac nel 2014. Gabriella e Rajka parlano, in entrambe, della condizione delle famiglie serbe e dei problemi che ha riversato, in particolare sulla vita delle donne, l’aggressione della Nato alla Serbia. Emerge, nella prima, la forza delle donne, spesso lasciate sole a fronteggiare la difficile situazione economica dai mariti che, per la vergogna del licenziamento e per il senso di impotenza, si sono dileguati; emerge la loro caparbia battaglia quotidiana per la sopravvivenza della famiglia; e ancora la difficilissima situazione sanitaria, il silenzio dei mass media su un incredibile numero di decessi, che avvengono a causa delle conseguenze taciute della breve ma esiziale guerra; emerge il dover fare tutto con nulla, dice Rajka, la presenza di qualche merce dopo l’embargo ma l’assenza di denaro per comprare, il completo assorbimento nella dura quotidianità familiare e negli espedienti più poveri e antichi per sbarcare il lunario. Le adozioni dal’Italia, aggiunge, sono state in questo contesto provvidenziali. Ma quella che stupisce ancora di più è l’intervista del 2014, in cui Rajka spiega che, sebbene altri fuochi e altre guerre abbiano fatto dimenticare quelle precedenti e la situazione dei Balcani non faccia più scalpore, la vita in Serbia, lontano dal decoro ormai assunto da Belgrado, è ancora molto dura, la disoccupazione molto alta, il potere d’acquisto di chi ha un salario bassissimo, la disgregazione sociale evidente. Insomma, anche se la dignità del popolo serbo non lo dà a vedere, dice Rajka, al novanta per cento delle donne serbe, comprato il cibo e pagate le bollette non resta altro.

Dal 2014 a oggi, dice Vlaic, la situazione non è molto cambiata, alla povertà si deve aggiungere il problema della corruzione e del narcotraffico, e questo spiega perché la richiesta del finanziamento di progetti di aiuto che l’associazione riceve è tuttora di grado elevato. “Quando si distruggono i luoghi di lavoro – afferma – c’è la volontà di distruggere un popolo e il suo Paese, di negargli il futuro. Siamo consapevoli di non poter esportare modelli preconfezionati e siamo convinti che ogni operazione politica, sociale, culturale deve nascere nel contesto che è in grado di volerla e sostenerla. Per noi vuol dire dare valore alla quotidianità della vita concreta delle persone e dei gruppi sociali, perché le crisi, economiche geopolitiche militari, non devono minare la solidarietà materiale tra lavoratori e popoli, ma anzi rafforzarla, non devono dividere ma unire, in nome di una globalizzazione dei diritti quale strada per contrastare le guerre tra i poveri e la disgregazione sociale”. Non esistono modelli preconfezionati, è vero, ma l’azione mirata e organizzata è importante: fare il poco o il tanto che dipende da sé; e farlo, come l’esperienza di NBMSC mostra, non solo e non tanto sull’onda emozionale del momento, ma nella durata. Perché se durano gli effetti delle guerre, possono durare anche le relazioni e la solidarietà.

Non Bombe Ma Solo Caramelle
Storia di una Onlus anomala
Intervista a Gilberto Vlaic
a cura di Mariella Grande
Editore: Kappa Vu, Udine
Pagine: 204