di Maria Vittoria Vittori da Letterate Magazine 

Viviamo in un’epoca frastornata e insieme raggelata, in cui le notizie, anche le più feroci, si sovrappongono a ondate continue e finiscono per elidersi, in una sorta di indifferenziazione emotiva. Continuiamo ad assumere il nostro veleno quotidiano in dosi via via crescenti, finché non ci fa più effetto: uccisioni, attentati e stragi serviti a pranzo e a cena. E quando le immagini diventano macchie indistinte e le parole della cronaca non hanno più alcuna presa, l’ultima possibilità di lasciare un segno è affidata alla parola poetica. Ecco allora che queste “Rose di pianto” di Laura Ricci si dipanano davanti a noi come lasse di un compianto, di un lutto collettivo, precedute – come in un rito – dai versi tratti dal Salmo di Celan “quanto di più alto e compassionevole, sull’inerme, sia mai stato scritto” come afferma l’autrice.
In queste poesie sono tante le creature inermi e incolpevoli: le vittime dell’attacco alle Torri Gemelle e della strage di Nizza, le donne yazide vendute e stuprate, il piccolo Aylan Kurdi raccolto sulla costa di Bodrum, i profughi in marcia da Budapest a Vienna, i migranti annegati in mare, i bambini soldato di Boko Haram.
Impresa difficilissima dar voce, senza ombra di retorica, all’offesa irreparabile, allo strazio, allo sgomento: ma Laura Ricci, di contro alla ben nota affermazione di Adorno sull’impossibilità della poesia dopo Auschwitz, è convinta che “la Poesia senza guaito/si sposta per dire”.
È attraverso la scelta attenta delle parole, attraverso il loro peso specifico e il loro timbro, attraverso la cadenza e il ritmo del verso, che riusciamo a vedere e a sentire più nitidamente. Ha questo di specifico la parola della poesia, quand’è autentica poesia: mette a fuoco. Nessun alibi di distrazione o di indifferenziazione: siamo chiamati in causa, uncinati dall’ acuminata limpidezza delle parole. La sequenza dei verbi al passivo ribadisce la catena delle donne stuprate, le valve rugginose dei barconi diventano l’immagine simbolo di ogni naufragio, Aleppo è un regno di parole incantate e filate nei secoli che si schiantano al suolo, l’attentato di Nizza ha il sottofondo della Marsigliese e una pianta  carnivora come epigrafe.
Ma quella rosa che nel componimento finale viene dedicata a chi non ha paura è molto di più di una consolazione o di un risarcimento: nei suoi colori, nella sua fragranza e consistenza tattile, diventa suggello di una ritrovata pienezza del sentire. Accompagnano queste “dediche in versi” le originali quanto evocative “rose pittoriche” dell’artista Giuliano Baglioni e l’attenta, sensibile postfazione di Gabriella Musetti, animatrice delle Residenze Estive di Duino: che un libro potente come questo nasca anche da suggestioni e stimoli all’interno di una riflessione collettiva sulla poesia, è aspetto che merita ulteriore considerazione.

Laura Ricci
Rose di pianto
La Vita Felice, pp. 74, € 14

Maria Vittoria Vittori

Giornalista e critica letteraria, ha collaborato con Noi Donne, Avvenimenti, Wimbledon, Liberazione. Attualmente scrive su Leggendaria, l’Indice dei Libri, Il Mattino, Circo. Fa parte della SIL, Società Italiana delle Letterate, e del comitato di redazione di Leggendaria.