da Leggendaria 125 / settembre 2017 pp. 65-66

È come una mano amica che ti batte sollecita sulla spalla l’ultimo libro di poesia Laura Ricci, Rose di pianto. Ricordi?, ti sussurra. Comincia con l’11 settembre, “Per le vittime dell’11 settembre 2001”. Si dice che tutti ricordino cosa stessero facendo e dove si trovassero quando li raggiunse la notizia dell’attentato alle Torri Gemelle. Versi lunghi, legati da ripetuti enjambement, il respiro diventa affannoso insieme all’emozione che riaffiora, al ricordo che si fa più chiaro. E le altre storie, ricordi? Ricorda, ricorda, non dimenticare. Le date forse dimenticate, ma brandelli di dolore riemergono. Pagine di poesia si alternano alle brevi ma circostanziate notizie con relative date riferite a tragici eventi del nostro tempo, tredici “rose di pianto”, come le ha chiamate l’autrice, ispirata dal Salmo di Celan.
Tredici eventi che risvegliano la nostra coscienza collettiva e interrogano il senso che ci unisce al resto dell’umanità. Dove eravamo, che cosa facevamo in quelle date, alla notizia di quegli eventi? Alcuni ci hanno raggiunto come saette e ancora li sentiamo come quei dolori che si risvegliano col tempo cattivo. Altri li abbiamo assorbiti distrattamente, insieme alle mille notizie vere e false che ci fagocitano ogni giorno, quando con gesto svogliato alziamo lo sguardo dal piatto verso la televisione dopo una giornata di lavoro o la mattina, appena svegliati, quando ancora culliamo qualche spezzone di sogno pur ascoltando la radio. «La vera novità del presente è che [alcuni casi esemplari della contemporaneità] risultano immersi in un flusso temporale ormai fuggevole e veloce, affollato di fitti e rapidi particolari e che, proprio per questo, sono suscettibili di scomparire nel brusio e nella successiva distrazione del chiacchiericcio di fondo». Così avverte Laura Ricci nella sua illuminante prefazione al testo e da qui l’idea della necessità di richiamare alla memoria alcuni eventi tragici e violenti della vita contemporanea con l’ausilio della parola poetica, che può resuscitare il sentimento dell’orrore e può ridare il senso di ciò che ci sta succedendo, di dove sta andando il mondo che abbiamo costruito.
Per le vittime dell’11 settembre 2001; per le donne yazide vendute e stuprate; per Aylan Kurdi raccolto sulla costa di Bodrum; per i profughi in marcia da Budapest a Vienna… per Palmira… per i trentaquattro migranti morti di sete nel deserto del Niger… Come grani di un rosario che scorrono sotto le nostre dita, come un sussurro di preghiera: ci fa bene ripetere le date, i nomi, gli eventi. Già dopo la lettura di alcune pagine si avverte, oltre il dolore, come un effetto terapeutico. È la parola che guarisce il disordine, la parola poetica che diventa politica, come ci dice l’autrice, e ridà speranza recuperando i relitti del naufragio del nostro tempo, della nostra storia collettiva e interiore. Il testo ci appare subito come qualcosa che mancava, qualcosa di cui si aveva bisogno. E un sollievo al dolore ci viene anche dalla bellezza delle tavole di Giuliano Baglioni, in cui rose immaginarie, dipinte con tratti e colori densi, ci danno un forte senso della materia, di qualcosa che si può toccare, che ci può ancorare alla realtà, così come dopo un grande dolore si avverte a volte il bisogno di mangiare. L’ultima rosa, insieme all’immagine di corpi che si toccano, si incontrano, forse si abbracciano è dedicata a chi non ha paura «a te che l’altro l’altrove il diverso non temi». È «la rosa senza lingua senza dottrina senza orazione/ l’originaria la semplice che ognuno intende», è una rosa per tutti noi.

Ornella Cioni