di Luisella Pacco, da Il Ponte rosso N. 27

Quel libro, così dolce e profondo, le sarebbe piaciuto leggerlo a letto. Che sollievo sarebbe stato: andare a coricarsi presto, magari portandosi una camomilla col miele sul comodino, e rilassare il capo, le spalle, mettersi un po’ di lato, e leggere con calma, assaporando le parole, le storie, mentre attorno le discendeva la notte.  Ma non poteva, perché il libro era bello, quasi un oggetto da collezione, e aveva un formato particolare, un quadrato di 21 cm di lato. A leggerlo distesa, temeva di rovinarlo. Lo leggeva allora sul divano tenendolo in grembo o addirittura sul tavolo per appoggiarlo bene in piano. Questo però, dopo una lunga giornata di lavoro, la affaticava, le faceva dolere la nuca.

No, questo brano non è tratto da un racconto di Laura Ricci. Questa sono io, e scrivo di me, del mio collo stanco, di quando vorrei davvero che ogni libro fosse un tascabile comodo e leggero da poter sfogliare sul fianco, col viso sul guanciale.   Il formato di Dodecapoli è l’unica cosa che qualche volta me lo ha reso meno accessibile. Per il resto, l’ho adorato.

Bello, sì, e di una bellezza antica e importante sin dal titolo. Lo sappiamo: dodecapoli (in lingua greca: Δωδεκάπολις) era l’unione di dodici città; le più note furono quelle ionia, etrusca e messapica…

Ma ecco che ai giorni nostri ce n’è un’altra, che d’ora in poi dovrà venirvi alla mente: questa, la dodecapoli femminile, dodici donne che muovono uno scorcio di destino in altrettante città. L’architettura dei sentimenti che si imbriglia e si libera nell’architettura orgogliosa delle piazze più superbe. Verona, Roma, Torino, Trani, Brescia, Pisa, Milano, Siena, Vigevano, Malta, Mentone, Orvieto…

C’è Marta che non può stendere le lenzuola, perché abita in una piazza delle Erbe trafficata e splendida dove farlo sarebbe proibito. Come asciugarli, dunque, i panni? Ma non è questo il problema vero che la angustia. Ha venticinque anni, ha lasciato gli studi. Le piacerebbe riprendere, perché questa vita precoce di moglie madre e casalinga, le sta stretta. E ogni sera scende in strada per fumarsi una sigaretta, l’unica del giorno, osservando pensierosa le quattro finestre di casa.

C’è Ottavia, il volto diafano magro minutissimo […] la bocca sottile rosso fucsia, gli occhi fin troppo grandi iridati di viola. E la voce fonda, caldamente inquietante, misteriosa, sulle parole rare e piene di senso.

C’è Caterina, che non conosce il letto se non per due usi: dormire e fare l’amore. Oziare tra le coperte, leggere sui cuscini, proprio non fa per lei. Lei viveva bene in verticale.

C’è Claudia, che si è regalata un piumino nuovo (non è un capriccio, quello vecchio le è durato trent’anni), ma allo stesso tempo riflette sulle cose che non si buttano mai, cose irrilevanti eppure indispensabili: segnalibri, cartoline, lettere, cose che in qualche modo l’hanno segnata profondamente.

C’è Lorenza, che aveva sempre amato la vita, eppure adesso – in un’epoca che avverte di decadenza e di minaccia al pianeta intero -, sentiva a volte che non le dispiaceva più come un tempo pensare di doverla lasciare.

C’è Lucia, che è cresciuta nella musica.

C’è Elena, che si sveglia con un terribile peso alla testa e conati di vomito. Conosceva bene tutti i sintomi, tutta la trafila: […] ogni volta aveva la sensazione di dover morire […]E invece no, non moriva […] se ne stava a letto e al buio, in quel sonno intermittente e forzato, per un intero giorno; una giornata ulteriore le occorreva per rimettere insieme i cocci e riprendere faticosamente la vita. Ma questa malattia le insegna anche la pazienza e l’umiltà. Oh non era facile per una persona attiva come lei […] Le sembrava, ogni volta, che non potesse, che non dovesse stare male, che il mondo avesse troppo bisogno della sua opera. E invece no! – aveva appreso a dire a se stessa – Cos’era lei nell’economia di quel brulichio incessante […]nel pulsare precario instabile del mondo? Poco più che nulla, aveva imparato a dire a se stessa, ridimensiona la tua azione, esercita l’onesto barlume dell’umiltà! 

C’è Flavia che finalmente organizza un viaggio troppo a lungo rimandato. E come sempre si prepara, studia, consulta guide mappe e siti internet. Non le piace affastellare troppi impegni, musei, paesaggi. Le piace, per quanto possibile, entrare con calma nello spirito del luogo.

Si viaggia, si viaggia, si viaggia tanto e si finisce per tornare, come ossessi, sempre agli stessi luoghi, pensava Flavia in preda alle sue rivisitazioni. Sono i luoghi che hanno un’effettiva concretezza o siamo noi che li rendiamo presenti e vivi, che li carichiamo di significati e di senso? E se così è, viaggiare a cosa serve? Le veniva in mente quel breve grandioso monito di Emily Dickinson: 

“De Soto, esplora te stesso
È in te
il continente sconosciuto”

C’è Norma, che non si è mai voluta sposare, non ha desiderato un uomo oppure è stata troppo esigente oppure ha semplicemente voluto preservare il bene più prezioso: la sua piena, interiore libertà. 

C’è…

Ci sono. Ci sono queste ed altre donne, ciascuna presa in un momento della vita, in un gesto magari banale (sistemare lo stendino in una stanza, aprire una finestra e guardare la piazza, rifare il letto), il gesto quotidiano che tutto rovescia e illumina, che scatena le riflessioni, la memoria.

Lo scrive in prefazione Anna Maria Crispino (ma ci sarebbe apparso evidente comunque) che in tutto questo c’è la voce sotterranea di Virginia Woolf che manda la sua Clarissa Dalloway a comprare dei fiori, e quanta storia, e quanti pensieri, e quali ricordi le affollano d’improvviso la mente… Tra tutte queste donne, in un certo senso, ci sono anche loro.

E c’è l’autrice, Laura Ricci, che ho l’onore di conoscere, signora garbata e sorridente, persona attiva e intelligente, viaggiatrice curiosa, osservatrice acuta e sensibile, e infine (occorre dirlo?) appassionata di arte e di architettura, che da sempre desiderava coniugare questi interessi con la narrazione. C’è lei anche in copertina (non riconoscibile, solo la sua ombra, discreta): sulla prima di copertina, l’ombra è seduta su una panchina, e regge tra le mani un libro, ben aperto dinnanzi al viso (è la rappresentazione del viaggio intimo, interiore); in quarta, la sua ombra si allunga su un selciato, la mano destra probabilmente in tasca, la sinistra alta a tenere la tesa del cappello (tirava vento, quando fu scattata la foto?), mentre del corpo reale si vede solo un piede, il sandalo colorato, le unghie smaltate, che fanno intuire un passo vivace e scattante (è la rappresentazione del viaggio esteriore, nei luoghi del mondo).

Nata a Viterbo, Laura Ricci ha insegnato lingue e letterature straniere per molti anni, è vissuta in Toscana e poi a Roma. Attualmente vive e lavora a Orvieto, dove si occupa di tante cose che però convergono tutte su scrittura creativa e comunicazione.  Poetessa (come piace dire a me) o poeta (come piace dire a lei), ha pubblicato la prima raccolta di versi, Le quattro stagioni (Rebellato), nel 1984. Suoi testi poetici sono inseriti nelle antologie L’Autore (Firenze, 1989), Ti bacio in bocca (LietoColle 2005), Poesia e Natura (Le Lettere, 2007). Con le edizioni LietoColle ha pubblicato le sillogi Voce alla notte (2006) e La strega poeta(2008).  In prosa ha scritto la raccolta di racconti brevi Insopprimibili vizi.

Anche Dodecapoli è una raccolta di racconti, ma non solo. Ad accompagnare le storie, ci sono ventisei fotografie.

Ed ecco un’altra donna ancora… Ambra Laurenzi. Nata a Genova, fotografa. Docente di Linguaggio Fotografico e di Progettazione presso il Dipartimento di Fotografia dell’Istituto Europeo di Design di Roma, con i suoi allievi ha realizzato progetti di carattere sociale. Nel 2007 ha realizzato il dvd Le rose di Ravensbruck. Storia di deportate italiane, un racconto-documento del lager femminile di Ravensbruck, che è diventato strumento di riflessione nelle scuole e nel 2010 è stato presentato a Berlino in occasione della commemorazione della Notte dei Cristalli. Ha tenuto seminari di Storia e linguaggio fotografico. Ha esposto in Italia e all’estero.

Donna anche la già citata Anna Maria Crispino. Giornalista, ha lavorato nel mensile Noidonne, nel settimanale Rinascita, nel quotidiano L’Unità e per circa 15 anni nell’Agenzia Giornalista Italia (AGI) occupandosi di cultura e esteri. Nel 1986 ha fondato la rivista culturale “Leggendaria. Libri, Letture, Linguaggi” ed è tra le socie costituenti della Società Italiana delle Letterate (SIL).

Donna è Teresa Mariniello, architetto, che scrive una bellissima “post-lettura” sulle piazze, simboli di apertura, di scambio, di incontro, e che sulle città rievoca Italo Calvino: ” … la città non dice il suo passato, lo contiene come le linee di una mano, scritto negli spigoli delle vie, nelle griglie delle finestre, nei corrimano delle scale…”

Ciò che nasce da donne così, non puo dirsi solo “libro”.

Dodecapoli è infatti un progetto che (lo scrivono Laura e Ambra nelle note finali), attraverso i linguaggi della scrittura e della fotografia, in collaborazione con le edizioni LietoColle e con altri enti e soggetti, ambisce a portare il lavoro delle autrici, tramite presentazioni, letture e una mostra fotografica itinerante, nel cuore e nelle atmosfere dei luoghi che le protagoniste del libro, con aderenza al loro luogo interiore, raccontano. Sono trascorsi sette anni, da quando libro e progetto sono nati. Il libro, lo vedete, si muove ancora e ancora conquista. È arrivato nelle mie mani e non posso non scriverne: è fresco e sincero come fosse stato pubblicato ieri. (E devo confessare che questa recensione l’ho letteralmente strappata a Walter Chiereghin che, entusiasta della lettura, voleva scriverla lui stesso. Lo ringrazio per aver lasciato a me questo piacere).

E il “progetto”? Ha avuto un seguito, installazioni artistiche, presentazioni, letture, contaminazioni? In una parola, ha avuto la vita che le due autrici si proponevano avesse?

Lo chiederò alla stessa Laura Ricci, che sarà mia ospite nella trasmissione radiofonica Citylegge il prossimo 5 ottobre.

E le chiederò anche perché abbia scelto come esergo i versi dolorosamente confortanti di Anna Achmatova (che, anche lei, amava definirsi “poeta”, al maschile):

Ma io vi prevengo che vivo
per l’ultima volta.
Né come rondine, né come acero,
né come giunco
né come stella,
né come acqua sorgiva
né come suono di campane
turberò la gente,
e non visiterò i sogni altrui
con un gemito insaziato.

Vivere una volta, dunque?, e non più tornare. Ma quell’unica vita (come per Marta l’unica sigaretta della sera…) viverla bene, a occhi spalancati su ogni dettaglio, voraci e saggi.

Come gli occhi di Laura, di Ambra.

Come gli occhi di Margherita (e torniamo ai personaggi, se vogliamo illuderci che ci sia differenza, solo per un po’ di carne e d’ossa), la Margherita dell’ultimo racconto, la donna a cui forse Laura si sente più vicina (il suo alter ego?) e io con lei…

Scrivere era una strenua, ostinata Resistenza: le veniva da pensarlo proprio così, quel suo atto creativo, con una bella erre maiuscola. Resistere al sonno, innanzi tutto: quando stanca dei ritmi sostenuti del lavoro, dei tempi concitati, delle relazioni umane non sempre semplici della giornata, a tarda sera innalzava una barriera alle occupazioni che continuavano a incalzare pressanti e indiscrete; quando, nel cuore della notte se non era proprio stremata, lasciava finalmente liberi i fili di quelle invadenti trame. Resistere alla volgarità, perseguire quelle sue tessiture di piccola, minuta bellezza: scovarla mostrarla, la bellezza, nell’alveo insospettato improvviso del quotidiano. Resistere alla banalità: cercare, cogliere momenti originali, preziosi; incastonare la pura gemma della parola in un granello di senso. Resistere all’odio, alla prevaricazione, alla violenza: nient’altro che con la parola gentile, con la dura pietra della parola logica. Resistere al grigiore, alla tristezza: spargendo il polline raro, dorato dello sguardo che riesce a fermarsi e a vedere. Resistere al consumo e al superficiale eccesso, alla trappola della persuasione e della retorica: resistere con il silenzio vuoto dei santi, con la cura che spoglia e scarnifica il superfluo.