E Io sono una Rosa

Un libro dono e un livre de chevet da leggere, rileggere e rimirare, per i versi, le immagini e l’insieme della bella e raffinata edizione. I poeti e le poete tradotti sono: Guillaume de Lorris, Clément Marot, Garcilaso de la Vega, Pierre de Ronsard, Luis de Góngora, William Shakespeare, Lope de Vega, Sor Juana Inés de la Cruz, William Blake, Marceline Desbordes-Valmore, Percy Bysshe Shelley, John Keats, Leconte de Lisle, Emily Dickinson, Christina Rossetti, Paul Verlaine, John Boyle O’Reilly, William Butler Yeats.

“e Io sono una Rosa” (LietoColle 2013) – costo 18,00 euro – Il libro non è momentaneamente in vendita perché esaurito.

Il libro


Un piccolo libro singolare e prezioso edito dalla LietoColle, casa editrice a cui la Ricci è affezionata e con cui ha pubblicato precedenti lavori di poesia e narrativa (Voce alla Notte, La strega poeta, Dodecapoli).

Con questa pubblicazione, “e Io sono una Rosa”, Laura Ricci si misura ancora una volta con il discorso poetico, accostandosi in modo del tutto originale alla non facile scommessa della traduzione. La chiave di lettura, già racchiusa nel titolo del libro mutuato da un verso di Emily Dickinson, è esplicitata dalla stessa autrice, insieme al senso profondo e profondamente strutturato del lavoro, in una breve introduzione.

Traducendo, non da esegeta ma da poeta, diciotto grandi poeti e poete che hanno scritto della Rosa dalle lingue studiate e letterariamente praticate – francese, inglese, spagnolo – Laura Ricci lancia, secondo la sua concezione di “poetica dell’amorosa costrizione”, una sfida non da poco, sia pure nell’umiltà di ascolto e di traslazione che la traduzione richiede: rispettare – “nell’epoca in cui tutto può essere infranto e permesso, in cui anche la parola rimbomba e risuona nella più ampia, talvolta perniciosa libera approssimazione – etica, comunicativa, stilistica” – rispettare, dei componimenti scelti, “non tanto e non solo il senso, quanto la loro stessa costrizione amorosa: la forma, il ritmo, la rima, la musica”. Come spiega la traduttrice-autrice, se in Dodecapoli a segnare la strada sono state le architetture e gli spazi, in questo lavoro a costringere gentilmente sono le rose e, con loro, la struttura formale in cui da alcune grandi voci poetiche sono state racchiuse.

 Ma la grazia e la complessa simbologia della Rosa non si limitano, in questo libro, al registro puramente linguistico. Per sostanziare la grazia della Rosa e delle rose Laura Ricci si affida al giardino di Walter Branchi, definito “rodologo gentile e nella sua ricerca lietamente rigoroso che, delle rose, sente da sempre la voce e la musica”. E “in amorosa costrizione, osservando e annusando le sue specie, come nel balzo metamorfico di Emily Dickinson” trasforma ogni poesia in una rosa: o meglio, in una donna-rosa, sostanziata dalle immagini delle magnifiche specie di Walter Branchi, di cui vengono poeticamente e sensualmente descritte anche le qualità. Un vero e proprio catalogo di virtù, concluso da una struggente contaminatio poetica in cui l’autrice-traduttrice innesta, su un suo componimento originale, celeberrimi versi sulla Rosa, da Ciullo d’Alcamo a Umberto Saba, a Jorge Luis Borges.

Di seguito la chiave introduttiva del libro:

A sepal, petal, and a thorn
Upon a common summer’s morn –
A flask of Dew – A Bee or two –
A Breeze – a caper in the trees –
And I’m a Rose!

Emily Dickinson

Un sepalo, un petalo, e una spina
D’estate in una comune mattina –
Guazza – un’Ape, o due, che svolazza –
Vento – tra gli alberi un balzo contento –
E Io sono una Rosa!

rosa_7Rêve d’Or

Semplice e regale, preziosa nella sua delicata naturalezza. Giallo rosato sfumato di albicocca, molto profumata. Un miracolo di luminosa grazia.

 

 

 

L’introduzione a “e Io sono una Rosa”

L’amorosa costrizione

di Laura Ricci

Spesso, in chi scrive versi e ha la fortuna di conoscere qualche lingua almeno quanto basta per leggere e gustare poesia in versione originale, si fa avanti a un dato momento la tentazione di cimentarsi nella rischiosa impresa del tradurre. Pur sapendo, ancor prima di iniziare, che il proprio mettersi a servizio del testo non potrà mai rendere, di quel testo, la meravigliosa e unitaria perfezione. Voler fare mediazione linguistica, specie nella poesia, richiede sempre un atto di umiltà: sappiamo che per quanta cura e per quanto amore metteremo nell’impegno, produrremo comunque una diminutio.
Perché dunque arrischiarsi a una tale impresa? Perché misurarsi, da poeti o poete, con le grandi voci che ci hanno preceduto, avvinto, ammaestrato? Talmente immense, oltretutto, da incutere un religioso timore.
Per amore di quelle voci e della materia, indubbiamente, di quel ritmo e di quella musica – armonica o disarmonica, piana o sincopata – che al di là del messaggio ne hanno fatto poesia. E, nel mio caso, per quell’attitudine che ho recentemente definito come “poetica dell’amorosa costrizione”, una scelta che sottende la mia scrittura anche quando si esplica in prosa.
Il concetto è nato all’interno del mio recente lavoro narrativo, Dodecapoli (LietoColle 2010), dove l’amorosa costrizione è data dalle piazze e dalle architetture alle quali ho coniugato le storie e l’interiorità delle protagoniste dei dodici racconti del libro. “Nulla nel mio lavoro di scrittura nasce o procede a caso – scrivevo allora – come nella ricerca rigorosa e amorosa della mistica è nella costrizione che la parola cerca la strada”. Perché se ha una qualche ambizione creativa, la scrittura, è libertà o addirittura infrazione, ma ragionata. Lo insegna, per fare un esempio fra tutti, la perfetta meraviglia formale dei sonetti di Arthur Rimbaud.

Anche la traduzione è una costrizione amorosa. E se in Dodecapoli a segnare la strada erano le architetture e gli spazi, in questo lavoro a costringere gentilmente sono state le rose e, con loro, la struttura formale in cui, da alcune grandi voci poetiche, sono state racchiuse.
Perché ho scelto “la rosa” non occorre spiegarlo. Emerge, in molti e diversi petali, dal percorso di lettura di questo piccolo libro: vanitas talmente potente, “la rosa”, da aver rovesciato nel suo opposto, in quanto segno, la simbologia di cui è stata, nei secoli, caricata. Mi sono affidata, per sostanziare la loro grazia, al giardino di Walter Branchi, rodologo gentile e nella sua ricerca lietamente rigoroso che, delle rose, sente da sempre la voce e la musica.
In amorosa costrizione, osservando e annusando le sue specie, come nel balzo metamorfico di Emily Dickinson ho voluto trasformare ogni poesia in una rosa. E nell’epoca in cui tutto può essere infranto e permesso, in cui anche la parola rimbomba e risuona nella più ampia, talvolta perniciosa “libera” approssimazione – etica, comunicativa, stilistica – ho voluto rispettare, dei componimenti scelti, non tanto e non solo il senso, quanto la loro stessa costrizione amorosa: la forma, il ritmo, la rima, la musica.
Non è stata impresa facile. A sorreggermi ho avuto dalla mia una buona dose di ostinazione, l’incrollabile fiducia nella tacita attesa e nei molti, fertili rivoli di parola che affiorano da quel fare silenzio e vuoto. A guidarmi sono state le rose: quelle di Walter Branchi, che ringrazio per le sue foto d’archivio e per i preziosi consigli; e quelle dei poeti e delle poete che, nei secoli, della marcescibile/immarcescibile rosa hanno cantato e scritto.

Una delle poesie scelte e tradotte:

Sonnet 54

O, how much more doth beauty beauteous seem
By that sweet ornament which truth doth give.
The rose looks fair, but fairer we it deem
For that sweet odour which doth in it live.
The canker-blooms have full as deep a dye
As the perfumed tincture of the roses,
Hang on such thorns and play as wantonly
When summer’s breath their masked buds discloses:
But, for their virtue only is their show,
They live unwoo’d and unrespected fade,
Die to themselves. Sweet roses do not so;
Of their sweet deaths are sweetest odours made:
And so of you, beauteous and lovely youth,
When that shall fade, my verse distills your truth.

William Shakespeare [1564 – 1616]

Sonetto 54

Quanto più bella e pien di grazia pare
Per l’ornamento che virtù le dona!
La rosa avvince e più si fa amare
Per il dolce profumo che sprigiona.

Di scura fiamma ardono le canine
Volte al rosso olezzante delle rose,
Pendono e gaie giocan tra le spine
Quando l’estate le schiude copiose.

Unico pregio lor breve apparenza,
Senza lode neglette avvizziscono,
Muoiono. Non delle rose l’essenza.

Estratti odor lor morte leniscono.
Così di te, bella e dolce gioventù,
Te svanita, stilli il verso mio virtù.

 

odorata - e io sono una rosa

Odorata

Morbida, vaporosa, piumata, bianco carne screziato di pesca e di rosa. Di intenso avvolgente profumo cattura per dolcezza e delicatezza. Misteriosamente antica, di eterna perfetta indimenticabile grazia.

 

 

 

La contaminatio finale del libro, versi di Laura Ricci con intarsi di celebri poeti:

In forma di postfazione

Appresi tardi ad amare le rose.
Vennero dallo straordinario lungo
viaggio di tutte le cose, cava
non arginando l’ardente struggere
del petalo più fragile – vanitas –
Quand vous serez bien vieille, au soir à la chandelle,
Assise auprès du feu, dévidant et filant –
dell’immortale simbolismo eterno –
La del negro jardín de la alta noche,
La de cualquier jardín y cualquier tarde –

Vennero, mai sospettando la sfida
ardua dell’apparente banalità –
Tant est digne d’être aimée,
Qu’elle doit Rose être nommée –
mai prevedendo l’agguato inutile
lo stordimento della celebrità –
Ayer naciste y morirás mañana.
Para tan breve ser, ¿quién te dio vida? –
il singolare odoroso esistere
del petalo più fragile – vanitas? –

They live unwoo’d and unrespected fade,
Die to themselves. Sweet roses do not so;
Of their sweet deaths are sweetest odours made –

Quando dopo ambre e fiori esotici
venni all’ardire della semplicità –
Amai trite parole che non uno osava. M’incantò la rima
Fiore amore, la più antica difficile del mondo –
La trita rima cosa rosa come
le rose imprevidente audace osai –
Rose is a rose is a rose is a rose –
o fragile è del petalo vanitas?
Ah! la poudre des saules qu’une aile secoue!
Les roses des roseaux dès longtemps dévorées!

La bella della carne, suadente
insinuante morbida fra tutte
Rosa fresca aulentissima –
la più desiderata. Nel bocciolo
di profumato amplesso la promessa,
nella corolla distesa, fiammante –
O Rose, thou art sick! –
maturo ineludibile il presagio –
Rosa profunda, ilimitada, íntima,
Que el Señor mostrará a mis ojos muertos.

I versi in corsivo, nell’ordine, sono di Pierre de Ronsard, Jorge Luis Borges, Guillaume de Lorris, Luis de Góngora, William Shakespeare, Umberto Saba, Gertrude Stein, Arthur Rimbaud, Cielo d’Alcamo, William Blake, Jorge Luis Borges.