di Laura Ricci da “Il Ponte rosso” n.44, aprile 2019

Come per tutti i grandi narratori contemporanei il tempo, per Claudio Magris, non è mai stato lineare. A partire da alcuni capolavori che hanno avvicinato lo scrittore al grande pubblico, veri e propri best-seller di straordinaria qualità come Danubio (Garzanti, 1986), Microcosmi (Garzanti, 1997) e L’infinito viaggiare (Mondadori, 2005), in cui il concetto di tempo non lineare e anche la libera e affascinante frammentazione dello spazio sono più che evidenti, la trattazione della durata diventa ancora più ardita nel romanzo Alla cieca (Garzanti, 2005), dove il medesimo inquieto personaggio – prigioniero esiliato ribelle fuggitivo ammutinato – si sfalda in multipli di sé attraverso tempi, luoghi e situazioni che incrociano disinvoltamente spazi, epoche, anfratti della mitologia o della storia. Fino al recente Non luogo a procedere (Garzanti, 2015), che tesse rompe perde riannoda il filo del racconto tra molteplici piani spazio-temporali, coinvolgendo chi legge in una rocambolesca ginnastica nella pagina che altro non è, a ben pensarci, se non quella tutt’altro che lineare della vita.
Il tempo, in fondo, è una convenzione che cerca di imbrigliare e ordinare l’indisciplinata realtà -ingovernabile se lasciata al primitivo stadio di autonomia – e la migliore filosofia e la migliore letteratura, e tra le scienze la matematica e la fisica, si ingegnano a dimostrarlo e non solo nella modernità.

Ora, arrivato al traguardo dei suoi ottanta anni, Claudio Magris li festeggia misurandosi ancora più palesemente con il tempo, e continua a spiazzare e a sorprendere per come lo fa con un breve, prezioso libro di racconti uscito per Garzanti il 4 aprile 2019, pochi giorni prima del suo compleanno. Se per un anniversario così tondo qualcuno si fosse aspettato un altro romanzo fluviale, Magris stupisce innanzi tutto con la scelta della forma racconto, troppo spesso e troppo ingiustamente sottovalutata non tanto da lettrici e lettori quanto dall’editoria, e invece talmente essenziale e densa da permettere la creazione di potenti quadri icastici e da richiedere, in chi ben la pratica, un atto quasi mistico di attenzione per la parola.
Il tempo è protagonista fin dal titolo, Tempo curvo a Krems, la sonnolenta cittadina austriaca, in antico vivacemente splendida, da cui si dipana il racconto centrale eponimo della raccolta. E accanto al tempo, altro topos sotteso a tutto il volume è la vecchiaia. Che non è un tema nuovo in Magris, da sempre disseminata in gemme di sapienza e saggezza nei suoi scritti, ma che proprio per la scarna sostanza del racconto diventa, come il tempo, focale in queste pagine.

Cinque storie, cinque protagonisti: sfaccettature di possibili esistenze reali arrivate a quello stadio attutito della vita che prelude al grande passaggio, o al grande nulla. Il ricco e affermato industriale che, assunti gli abiti di un custode di condominio, si ritrae, come in una pièce discreta dell’assurdo, dalla precedente esistenza troppo fagocitante e impegnata; il vecchio Maestro di musica che dopo molti anni incontra, tra sentimenti contrastanti e ambigui, un suo allievo di conservatorio ormai affermato; l’anziano scrittore di provincia, estraneo e impacciato ospite d’onore di un premio letterario per giovani leve istituito da un nuovo ricco piuttosto volgare e di pochi scrupoli; il sopravvissuto della Grande Guerra e del fervore triestino irredentista, che osserva le riprese di un film dedicato a un episodio della sua giovinezza, senza riconoscere nelle scene della fiction né sé, né i sui compagni, né la realtà di allora. E infine – ma non «in-fine», al centro del libro in ogni senso, metaforico e spaziale – il non più giovane e brillante studioso che a Krems, durante una cena epilogo di una conferenza ben riuscita, risolleva le polveri di una platonica passione liceale a causa dell’insistenza di una signora che si ostina a stabilire una relazione di amichevole familiarità, nel ricordo dello studioso del tutto inesistente, tra lui e un’ammaliante compagna di liceo, Nori. Sullo sfondo Trieste, la Val Rosandra, il Monferrato. E Krems, naturalmente, non luogo di tutti i luoghi, non tempo che mette in crisi lo scorrere e la concezione convenzionale del tempo.

Ma no, non può essere, riflette il protagonista, Nori, bellissima e irraggiungibile, non può ricordarsi di lui, non erano nella stessa classe, non si sono mai parlati. Tutti la amavano, ma lei, silfide ignara, dea dai chiari occhi, per tutti era evanescente, era oltre. Eppure… Anche Nori gli si rivolge con festosa confidenza durante una timida telefonata esplorativa… E allora, forse…
Barcollano le coordinate temporali, e con l’aiuto della fisica, e soprattutto di una straordinaria inventiva e capacità di orchestrare in un trascinante monologo le parole, il protagonista, e con lui lo scrittore, tratteggia quel non tempo in cui ogni futuro e ogni passato sono aboliti a favore di un perenne presente.
“Amare è un incancellabile infinito presente”, proferisce Magris in un passaggio di Non luogo a procedere. E ora il suo protagonista – risospinto con tutti i sensi al Centro di fisica del parco di Miramare nel ricordo di una lezione-conferenza tenuta, quand’era studente, da un insigne scienziato – chiamando in causa anche le teorie di Penrose, fa sì che la dimensione temporale migri verso un immenso altrove, dove la differenza tra parole come «oggi ieri adesso domani prima dopo» non è più che un unico punto, e tempi futuri e passati appaiono equivalenti a una frazione infinitesimale, così che “Amare, sinonimo di essere”, ridiventa “verbo difettivo che conosce solo l’infinito presente”. E dunque, sulla linea non più retta ma curva del tempo, talmente curva da potersi piegare fino a richiudersi e diventare un cerchio, “tutto ritorna, tutto è, e io sono già stato, sono già alla foce del Danubio, mentre sto seguendo le sue acque per raggiungerla”.

“Vita eterna, dunque? Sì, ma qui e ora”. Nori e il narratore, ma adesso… Ricongiunti al presente da un passato che chissà se è davvero passato, inarcati verso un futuro che di nuovo flette al presente.
Così il tempo, talmente curvo da poter diventare circolare, alla fine della vita si ricongiunge all’inizio, portando in un eterno che sembra esistere fuori dalla durata. Tutto semplicemente è… Senza oggi o domani, in un qui e ora millesimale che, nel suo piccolo grano di irrilevanza rispetto al tutto, all’universo, al big-bang, rammenta quanto sia stolto agitarsi per quel nonnulla che chiamiamo vita.
Non vorrò svelare troppo, questo e gli altri racconti vanno soprattutto letti. Dirò però che è proprio il racconto centrale a illuminare, in certo senso, anche gli altri, come un contrappunto trionfale rispetto a vite che sembrano – ma forse solo sembrano – ritrarsi. Anche il diverso impianto narrativo sottolinea la singolarità della storia: se qui l’io narrante si racconta in prima persona, negli altri quattro racconti la scelta narrativa è quella del narratore onnisciente, con uno stile limpido e asciutto che si contrappone a quello più onirico, ibrido e visionario di questo perno narrativo del libro. Tempo curvo a Krems… e, per chi si lascia convincere dalla fisica o dalla poesia della vita, in ogni altro dove.

Se il narratore di Tempo curvo a Krems, grazie alla sua affascinante elucubrazione, sembra trionfare sul tempo lineare e su una visione mesta della vecchiaia, sarebbe errato interpretare il malinconico ritrarsi degli altri quattro protagonisti come un cedimento o una sconfitta. Se anche, come si dice nel racconto d’apertura, tutta la vecchiaia è “un avanzare per indietreggiare”, per eludere la realtà che da ogni parte preme “spigolosa e invadente”, e i piani d’attacco senili sono “una strategia di ritirata”, gli espedienti scelti per sottrarsi altro non sono che un assecondare saggiamente, seppur con un briciolo di disincanto, il naturale incedere dell’esistere.
Quando l’esagerato frastuono della vita attiva si arresta, si può finalmente allentare la guardia, ci si può concedere il lusso di «perdere il tempo», di frapporre un velo tra sé e la luce accecante che disturba gli occhi ormai stanchi. Ma perdere il tempo significa anche diventare signori del tempo. Perdere il tempo è prendere – finalmente – il proprio tempo: lento, minimo, misurato. Ritirarsi nella propria vigilata libertà. Meno spazio, meno cose lasciamo entrare e ci servono, più siamo sovrani, sovrane, di noi stessi e del tempo.
Così ci si ritira nell’osservazione protetta e minuta di una guardiola, come il ricco industriale venuto da Hannsdorf che una volta allentata la presa si ritrova “d’improvviso libero, solo incuriosito e non più assillato dalle cose; […] senza paura né bisogno di niente”. O si preferisce la propria essenziale modesta stanza nel cuore del Monferrato alle lusinghe, non più attraenti, di gloria e lusso. O ancora, si indulge con distaccata bonomia alla vanità un poco crudele di un allievo, desideroso di mostrare al vecchio Maestro una presunta superiorità. O non si attribuisce più troppa importanza, pur notando ogni particolare con minuzia, al non riconoscersi nella rappresentazione di un antico sfumato io.
Allora, come nella cecità borgesiana e prima ancora nella grande metafora di Omero, lo sguardo che si vela conduce al vero, i lacci che si sciolgono a una pacata rallentata libertà. E forse, in questo ottundimento dell’agire e del sentire, sarà più lieve quel passaggio che non sappiamo bene se sia da chiamare morte o, nel tempo curvo, piuttosto vita, chissà.

“Eterno dileguare, eterno essere; il fiore muore nel frutto, dunque è il frutto […] – riflette nei panni del personaggio il narratore – Muori e divieni così veramente sei, se non vuoi restare un ospite frettoloso su una terra opaca”.
Se anche “le pagine invecchiano come le cose vive: fanno orecchie d’asino, si sgualciscono, avvizziscono”- come è scritto in un altro intenso passaggio del libro – curvo o circolare che sia, dovrà passare molto molto tempo prima che invecchino queste di Claudio Magris.

Claudio Magris
Tempo curvo a Krems
Garzanti, aprile 2019
Pagg. 94, € 15,00