di Laura Ricci, dal n. 47, luglio 2019, della rivista “Il Ponte rosso”

In pensiero per la vita, parole chiave per dire il presente: è stato questo l’attualissimo tema della ventesima edizione di “Residenze Estive”, il laboratorio residenziale di poesia e letteratura ideato e diretto da Gabriella Musetti che, come ogni anno, si è svolto tra Duino, Trieste e altri luoghi limitrofi del Friuli Venezia Giulia dal 26 al 30 giugno grazie alla collaborazione tra molti soggetti: l’Associazione culturale Almanacco del Ramo d’Oro e il Collegio del Mondo Unito dell’Adriatico che da sempre ne sono i promotori, la Società Italiana delle Letterate, Vita Activa editoria, la Casa Internazionale delle Donne di Trieste, Samuele Editore e Espansioni.
Secondo la consueta formula, scrittrici e scrittori di molteplici esperienze e tendenze provenienti da tutta Italia, la maggior parte residenziali, altri convenuti per le diverse iniziative, si sono incontrati nei seminari e nelle appassionanti discussioni del mattino e del primo pomeriggio e hanno condiviso presentazioni di libri e letture poetiche, che quest’anno hanno toccato luoghi quali il Circolo Culturale Sloveno Vigred di San Pelagio, la Galleria “Le Botteghe” di Portopiccolo, il Caffè Giardino Tergesteo di Trieste, la struttura AAS1- D.S.M.-SAR di Aurisina Cave Nove e lo Studio d’arte MIMA di Visogliano.

Il fil rouge delle giornate 2019, suggerito da una poesia di Antonella Anedda, ha schiuso un confronto particolarmente alto e stimolante che ha dato vita a un’edizione di grande spessore. Scrittori, scrittrici, artisti e artiste, attivisti e attiviste del volontariato sociale, psicologi e psicologhe, sociologhe, esperti/e di semiotica e comunicazione hanno cercato di passare in rassegna e di dirimere i grandi temi del presente. Appunto “in pensiero per la vita”, nel significato duplice dell’espressione: ossia con la “preoccupazione” per la dislocazione di senso e di decodifica della realtà che si è prodotta negli ultimi anni; e “in pensiero insieme”, “in attitudine pensante” per cercare nuovi modi per interpretare, vivere e ove possibile dare una direzione di positività a questa nostra epoca di crisi, allo scarto sul cui limite di precarietà e vulnerabilità ci troviamo oggi a pensare e agire.
Si trattava, secondo quanto suggerito dal tema, di creare una sorta di elenco ragionato, una mappa semantica per dire la propria visone dell’esistente, il proprio posizionamento, la relazione intrattenuta con il mondo contemporaneo così fortemente caotico, assalito da eventi drammatici che si ripetono in ogni area del mondo, con problemi che appaiono pressoché insormontabili quali quelli del clima, delle migrazioni, delle continue guerre e delle povertà di alcune aree del pianeta, della sopraffazione, dell’aggressività dilagante anche negli aspetti quotidiani della vita e nella comunicazione; e al tempo stesso di mettere a fuoco un più umano e inesauribile desiderio di felicità, di una vita non distruttiva che ha a che fare con il desiderio e con una comune responsabilità etica.

Tra le parole o le espressioni chiave che sono risultate più stimolanti per la discussione, sicuramente quel “mettere a fuoco” che Donatella Franchi ha esplicitato come un nesso ricorrente in molte creazioni della Biennale d’arte di Venezia ancora in corso, e che dall’arte visiva si può ben estendere ad altri ambiti creativi e, soprattutto, a pratiche responsabili di vita: mettere a fuoco pezzi di realtà che si possono dimenticare, o pezzi di realtà che, distratti dall’eccesso di quantità e di velocità con cui continuamente ci misuriamo, si possono non vedere. E dunque focalizzare aspetti e dinamiche che riguardano le migrazioni, la perdita, la malattia, la morte, la violenza subita e – hanno fatto drammaticamente toccare Gian Andrea Franchi e Lorena Fornasir riferendosi alla loro esperienza diretta di volontariato con i migranti – l’inesistenza di corpi di dolore trattati non come vite non degne, che già equivarrebbe sia pure in negativo a un riconoscimento, ma come vite totalmente invisibili.
È in questo contesto – la grande sfida della possibilità di diventare vite visibili ancor prima che degne – che si situa quel tentativo di passaggio della frontiera tra Croazia e Slovenia in direzione di Trieste che, lungo la rotta balcanica, da migranti pakistani, siriani, iraniani e afghaniviene chiamato “the game”: ripetutamente fallito e ripetutamente tentato e che, quando riesce, nonostante tutte le sofferenze patite accende negli occhi di chi lo tenta una gioia pura di vita. Perché quello che emerge, in questa grande mutazione della nostra epoca, è anche il vuoto, la depressione, la perdita di desiderio in questa parte occidentale del mondo che possiamo ancora considerare privilegiata, a raffronto di quella forza del desiderio stimolata da un semplice, elementare bisogno di vita che dall’est o dal sud del mondo si esprime nella scelta estrema tra vita o morte.

A partire dal “mettere a fuoco”, molte sono state le parole chiave disposte progressivamente in fila dal fervore di pensiero delle giornate duinesi. “Silenzio” nelle sue molteplici declinazioni, e in particolare nella sua accezione di silenzio interiore, inteso, con il valore che gli viene attribuito da Simone Weil, come quello stato di vuoto, di liberazione dagli stereotipi, dai pregiudizi e da ogni illogico già detto che prelude al passo successivo dell’“attenzione”, altro fondamentale cardine weiliano, che sembra inglobare numerose parole-attitudine individuate ed espresse nel corso dei momenti seminariali. Giacché nell’attenzione, che è osservazione di sé, del mondo e degli altri per sviluppare un sentimento di cura e di amore per loro – un’attenzione che può arrivare a sbriciolare le nostre coordinate abituali – possono ben rientrare altri concetti che sono stati rintracciati, come ad esempio ascolto, vulnerabilità, responsabilità, relazione, dislocazione, decostruzione e ricostruzione di identità che si confrontano e si mescolano, libertà delle scelte, trasgressione per andare oltre e altrove, e anche l’eventuale esito di un necessario e prezioso interrogativo posto da Silvia Ricci: “Quanta estraneità siamo in grado di portare alla coscienza?”. È sempre l’attenzione weiliana, infine, a rispondere al problema del linguaggio-menzogna che contrassegna pesantemente la nostra epoca, permettendo di svelare e smontare la trappola della retorica persuasiva dei nuovi costruttori di false verità per opporvi quella che dovrebbe essere l’instancabile azione della parola-logica e della parola-amore.

In questi tempi di grande difficoltà e sofferenza, in sintesi il grande interrogativo su cui si è dibattuto è stato se, come evidenziava Anna Maria Ortese, la creatività possa aiutare a sopravvivere più della nuda vita, e se l’elaborazione creativa di pensiero e di linguaggio e la dimensione creativa dell’esistenza possano diventare luoghi politici.
La risposta è stata certamente positiva e, rispetto alle precedenti edizioni, si è avvertito come non mai il riferimento alla responsabilità civile e politica del poeta e dell’artista, di un “essere gli altri” (Daniele Barbieri) che si è sentito declinare anche in molti dei versi letti nelle varie serate. Pur nell’impossibilità di un’azione radicale, ammirevole ma che non può essere di tutti, ognuno può agire nel proprio ambito il molto o il poco che dipende da sé, prendendosi cura del presente e della sua complessità, senza cadere nel rimpianto dei buoni vecchi tempi, che mai sono esistiti o esisteranno, né nell’ansia spesso improduttiva di voler salvare il mondo.
Certamente non può bastare a spostare questa nuova deriva menzognera e violenta del potere che il presente ci rimanda, è anche necessario reinventare nuove pratiche politiche – che del resto si stanno già attuando ma che occorre potenziare e rendere più incisive – che rimettano in scena i corpi e ipotizzino nuove forme di governo dell’esistente: occorre “ri-governare il mondo”, come sosteneva con una felice intuizione di pensiero e di linguaggio Annarosa Buttarelli nel suo bel libro Sovrane (Il Saggiatore, 2013) che risulta ancora attuale. Mai come ora è tempo di ri-governarlo, e di certo da queste “Residenze Estive” 2019 di Duino sono scaturiti molti spunti per farlo.

In una stessa terra

Se ho scritto è per pensiero
perché ero in pensiero per la vita
per gli esseri felici
stretti nell’ombra della sera
per la sera che di colpo crollava sulle nuche.
Scrivevo per la pietà del buio
per ogni creatura che indietreggia
con la schiena premuta a una ringhiera
per l’attesa marina – senza grido – infinita.
Scrivi, dico a me stessa
e scrivo io per avanzare più sola nell’enigma
perché gli occhi mi allarmano
e mio è il silenzio dei passi, mia la luce deserta
– da brughiera –
sulla terra del viale.
Scrivi perché nulla è difeso e la parola bosco
trema più fragile del bosco, senza rami né uccelli
perché solo il coraggio può scavare
in alto la pazienza
fino a togliere peso
al peso nero del prato.

Antonella Anedda

da Dal balcone del corpo, Milano, Mondadori, 2007