di Laura Ricci, da “Il Ponte rosso”, N.53, febbraio 2020

Torna a sorprenderci con una nuova opera Claudio Magris, che nella primavera ci aveva regalato un’avvincente descrizione di modi e forme dell’invecchiare con i cinque racconti di Tempo curvo a Krems. A signoreggiare nella sua scrittura sono ora le rappresentazioni molteplici delle polene, in un recentissimo libro uscito nel dicembre 2019 per le edizioni La nave di Teseo, in cui lo scrittore, che sempre ha avvertito il mare come uno dei suoi temi dominanti, osserva e analizza, con il consueto approccio multiforme, le figure di prua che con varie sembianze hanno decorato per secoli le imbarcazioni che solcavano i mari e gli oceani.

In Polene, reso esplicito dall’eloquente sottotitolo Occhi del mare, lo scrittore precisa fin dalle prime righe quanto sia antico e quanto abbia a che fare con lo sguardo il ruolo di precognizione e protezione di questi magnetici misteriosi simulacri, se come sembra l’origine della polena si può rintracciare nell’arcano occhio apotropaico dipinto a prua non solo sulle navi, ma anche sulle piccole barche, per sviare le insidie malefiche delle onde. Perché “la polena – scrive – resta essenzialmente uno sguardo, attonito e dilatato. È per guardare che viene collocata a prua, per guardare qualcosa che ai marinai è vietato. […] a scrutare ciò che agli altri è interdetto e fatale, a violare l’interdizione e a prenderne su di sé la colpa e le conseguenze”. Giacché chi naviga può osservare tutto quello che il paesaggio marino gli staglia sotto e attorno, “ma non può e non deve vedere veramente il mare”, sostenerne l’immensità, spingersi oltre quel suo sempre irraggiungibile confine.

Dopo aver annunciato immediatamente l’essenziale e tracciato la rotta del viaggio interiore, Claudio Magris ci conduce a percorrere per mare, ma anche per terra e per territori immaginari, un itinerario quanto mai ramificato e per certi versi intrigantemente diversivo attraverso i velieri, i cantieri, i laboratori, gli scultori di polene e le polene dei tempi più avventurosi e gloriosi della navigazione transoceanica, quelli delle flotte armate, del colonialismo ormai maturo e affermato, dei fiorenti traffici coloniali – prevalentemente il XVIII e il XIX secolo – quando non solo nell’Europa marittima, ma ancor più nell’est oceanico degli Stati Uniti, da Salem a Boston, a New York, a Filadelfia, una serie di formidabili artigiani – i «pigmalioni delle polene» li chiama lo scrittore – facevano della scultura d’ascia di tali figure la loro arte e il loro lavoro. Talvolta sono i musei del mare e le collezioni private, o i giardini e i cimiteri di polene a fornire il pretesto per la ricognizione, talaltra le reminiscenze letterarie o mitologiche o storiche. Altro assunto da tenere bene a mente, la polena è per sua natura «oceanica»: i piccoli mari chiusi e intimi non si addicono al suo raggio d’azione, non infidi abbastanza, non così oscuri e perigliosi perché «Lei»possa sfidarne l’orrore, arpionarne il segreto con la penetrante fissità dello sguardo.

Le polene non sono solo figure femminili, possono essere teste di uccelli, serpenti, leoni, altri animali, rappresentazioni mitologiche – la più antica l’ariete o la Minerva scolpite sulla prua di Argo, la nave alla ricerca del vello d’oro – e, con il progredire delle epoche e delle forme, personaggi maschili storici o, quando furono scolpiti, contemporanei. Nel libro, che è corredato da un ricco apparato iconografico a cura dello stesso Magris e di Enrico Zigoni, si possono osservare come esempio le polene dell’eroe greco Leonida a prua del Thermopylae, del duca di Marlbourough per l’HMS Blenheim, di Tamaned, capo del clan dei Delaware, per il vascello Delaware, quella dall’elmo piumato dell’HMS Bellerophon, o la polena dell’Omar Pasha che raffigura, appunto, l’alleato degli Inglesi nella guerra di Crimea, e ancora quella di Lord Beconsfield sul veliero Disraeli, e una polena naufragata raffigurante Abrahm Lincoln trovata all’isola di Wight (tutte al Museo del Cutty Sark di Greenwich). Ma quanto lontano, il loro ruolo e il loro sguardo, da quella funzione divinatoria dell’occhio scaramantico dell’inizio, che meglio conviene alle molte effigi femminili che, vagando e divagando su molti e affascinanti temi, Magris esplora.

Sono loro le figure che, emergendo dal mito o dal reale, ma sempre travalicandolo, diventano le visionarie eroine del mare, impresse di “nobile semplicità e serena grandezza”, dai volti belli o bellissimi ma generici, giacché, annota acutamente lo scrittore, “l’individuale, il singolo carattere con la sua espressività e la sua pena, non può fissare la Medusa senza venirne distrutto”, e “la serenità è tragica, perché raggiunta a prezzo di ardue e sofferte reticenze ed elusioni”: lo dice forse, più di ogni altro esempio, il volto classico e levigatissimo della polena del River Lune al Museo Valhalla di Tresco, che nel sorriso ambiguo e appena abbozzato sembra accennare, vittoriosamente, ai tanti moti devastanti epurati e sublimati.
Sbocciano dal legno le polene, quasi sempre solo un busto, e è il vento a dare ala ai veli che le coprono o le scoprono; tanto più nei casi in cui sono scolpite a figura intera, e allora anche i veli sono protesi e ondeggiano, ma mai scomponendo la loro impassibilità autorevole, mai concedendo alla danza delle onde e dei vortici, “affinché la nave e i marinai non vi vengano risucchiati o annientati”. Così, la magnifica Atalanta conservata al Museo Tecnico Navale di La Spezia – che nel 1944 fu addirittura rapita dall’ufficiale tedesco feticista Erik Kurtz, che poi per lei si sparò – può anche sollevare maliziosamente la gonna, scoprire il ginocchio, mostrare nudo e sodo uno dei seni, sciolti i capelli, ma la bocca imperativa e lo sguardo stabiliscono un’algida, incolmabile distanza. Così, la polena del brigantino svedese
La Coquette del Museo marittimo di Stoccolma, agghindata in abiti e acconciatura di foggia classicheggiante, può anche offrire i seni nudi e debordanti dalla scollatura stile impero, ma blocca con lo sguardo e l’arguto sorriso ogni concupiscenza. Per non parlare della stupenda polena a prua della canoa dell’imperatrice, esposta al Museo della Marina di Parigi: nuda sirena avvolta dalle spire di temibili serpenti, si erge impavida e impassibile a sfidare tempeste marine e umane, invitante e sensualissima, ma con un piglio talmente meduseo che, più che avvicinare, respinge.

Tuttavia, nonostante il suo ruolo premonitore e protettivo, la polena può forse bloccare la sconsideratezza umana, proteggere o essere d’aiuto nella nostalgia e nella solitudine del navigare, ma il mare è più potente di ogni altra forza e molte, la maggior parte, sono le polene che provengono da disastri e naufragi, riaffiorate sulla riva o fortunosamente rinvenute sulle acque. È lei, in ogni caso, che il marinaio prega, invoca e abbraccia quando il furore delle acque imperversa, e rovina e morte appaiono inevitabili, così almeno raccomanda di fare la leggenda. E capita davvero che il navigante, aggrappato alla sua effigie, si salvi: come accadde al marinaio Vincenzo De Felice, che quando la Primos su cui navigava naufragò al largo delle Scilly, afferrandosi alla bella e protettiva polena – quella candida e rassicurante dell’immagine di copertina – fu tratto in salvo con lei e fu, di quel naufragio, l’unico superstite.

Ma attenzione, non tutte le polene sono donne fatali o aristocratiche dee protettive. In questa storia, giustamente definita dall’editore “colta e stravagante, documentata e luminosa”, Magris ci fa sorprendentemente scoprire anche le cosiddette «polene di famiglia». Sono quelle creature – fiorite nel puritanesimo protestante che non poteva avallare l’immagine della femminilità tentatrice o maledetta – che riproducono le sembianze delle persone care da cui ci si allontana per solcare le infide acque: la moglie o la figlia del capitano o dell’armatore, o qualche generosa rassicurante figura contemporanea che ha compiuto imprese degne di nota. Come Florence Nightingale, la fondatrice della Croce Rossa rinvenuta a Malta, o la polena dello schooner Mary Ann, raffigurante la nurse che, gettandosi in mare, aveva salvato i figli dell’armatore Joshua Quinton: polene di famiglia davvero, pudicamente e realisticamente abbigliate e pettinate secondo la moda del tempo. O anche donne celebri, che venivano effigiate per rassicurare i naviganti con i loro volti noti, come la cantante svedese Jenny Lind o l’attrice Julia Bennett Barrow. Persino polene letterarie: Lalla Rouke sull’omonimo clipper, personaggia dell’opera omonima di Thomas Moore, o Penna Bianca, personaggio profetico di un poema di H.W. Longfellow, sul veliero Hiaqwatha.

L’esplorazione magrisiana è puntualissima, tanti – forse tutti – gli scultori e i musei di polene enumerati, sì che questo potrebbe sembrare un libro erudito se non lo rendessero invece poetico e, come le polene, visionariamente aperto su quell’altrove che solo creativamente può essere captato e detto, i molti improvvisi guizzi di deviazione e riflessione del narratore. Che in questo lavoro torna alla scrittura errabonda di opere stupendamente eccentriche come Danubio e L’infinito viaggiare. Spiccano per poesia o bizzarria, tra i musei menzionati, il Valhalla di Tresco e il Cutty Sark di Greenwich. Le isole Scilly, così tristemente celebri per i circa trecento naufragi di navi schiantatesi sulle loro rocce, sembrano espiare la tragica e mesta fama nel paradisiaco museo all’aperto di Tresco voluto nel primo Ottocento da Augustus Smith, Lord Proprietor delle Scilly, posto sull’isola più beata e meglio esposta dell’arcipelago, tra una variopinta vegetazione tropicale e un mare terso di turchese e cobalto che, con i naufragi, pare non avere nulla a che fare: “Esperidi e sirene ferme in un aldilà incantato – le polene di questo giardino di Armida, racconta il narratore – fra cipressi e acacie, peonie e gigli viola”. Lisce e perfette, candide e oro o di azzurro vivido, sebbene siano tutte sopravvissute alla furia di venti e gorghi che quell’Eden non lascia sospettare, non tradiscono alcun dramma nei loro volti sereni. E di quella felicità assoluta di Tresco, e forse proprio per questa assolutezza vagamente malinconica, Magris coglie il segreto che anche le fattezze delle polene del giardino sembrano esprimere: che “questa essenza, questa pienezza, questo assoluto della vita assomigliano pericolosamente al nulla” e che “non c’è differenza tra le isole dei morti e quelle dei beati”, perché “il tempo si arresta nella felicità e nella morte”. Tutt’altra cosa il Museo del Cutty Sark: allestito a Greenwich nella stiva di questo leggendario clipper, raccoglie “un vario e colorito equipaggio”, quel “concentrato della molteplicità e della bizzarria del mondo” che Magris, come Octavio Prenz, altro scrittore e poeta di polene, ha sempre cantato e amato.

Prenz è ricordato per le poesie di Mascarón de proa, ispirate dal cimitero di polene di Ensenada de Barragán, in quell’angolo di Argentina a cui erano approdati dall’Istria i suoi genitori; così come, davanti al Pacifico nel giardino di Isla Negra, è menzionata la collezione di polene di Pablo Neruda: pretesto, nella migliore tradizione della divagante scrittura magrisiana, per formulare un fulminante giudizio sulla produzione autobiografica e poetica dello scrittore cileno. Con lo stesso gusto della deviazione, altre pagine felicemente corsare si susseguono sugli autori che hanno dedicato qualche loro opera al tema delle figure di prua: rimanendone, avverte Magris, quasi soggiogati, tanto è forte il tema della polena, così da venire solo citato e variato, piuttosto che ricreato e inventato. Scorrono allora penetranti osservazioni sul già citato Octavio Prenz; su Günter Grass che nel Tamburo di latta racconta la luttuosa storia di Niobe, la verde polena che semina rovina, senza rielaborare radicalmente e vorticosamente, come nel resto del romanzo, i topoi della tradizione; sulle pagine “lievi, profonde e ironiche” dedicate da Giuseppe Sgarbi all’Atalanta del Museo di La Spezia; sul garbato Holger il danese di Andersen, ispirato al padre dello scultore Thorvaldsen, intagliatore di polene; sullo struggente racconto La figura di prua di Nathaniel Hawthorne, che si svolge anch’esso nella bottega di uno scultore di polene; sulle ultime grandiose pagine epiche della Nave di legno di Hans Henny Jahnn; su quelle della scrittrice Karen Blixen nella tragica ma gentile e trasognata storia di Peter e Rosa, uno dei Racconti d’inverno. Tutte diventano, attraverso la multiforme figura della polena, occasione per riflettere sulla grande metafora del mare, portatrice di immensità e di nulla, di lotta e abbandono, di sfida e resa, di pura vita e pura morte, e di tutti gli opposti che dominano la dialettica dei miti, delle tradizioni popolari, delle letterature, delle epoche della storia e di quelle, più ristrette ma non meno contraddittorie e movimentate, di ogni semplice vita.

Nel fascinante roteare di questo vortice marino, vorremmo leggere o rileggere tutte le ammalianti storie di polene, sostare nei cimiteri e nei giardini incantati dei loro misteriosi relitti, visitare o rivisitare tutti i musei del mare che lo scrittore nomina. Ma se anche non potremo farlo, Claudio Magris ci ha condotto con questo libro in uno straordinario viaggio, per poi riportarci, secondo il moto di Enrico di Ofterdingen e come spesso nella sua scrittura accade, “sempre verso casa”. Nella sua intima casa, a ben intendere, con quel finale che si chiude sul suo straordinario romanzo Alla cieca e sul suo lontano racconto Il Conde, anch’essi ispirati dal topos della polena. Sono state le polene del Museo del Mare di Anversa a sbloccare la genesi di Alla cieca, suggerendo allo scrittore, con i loro occhi “veggenti e atterriti” e con “quei seni che si offrono come un tagliamare ai colpi dei flutti e alla furia del vento”, il ritmo da maelstrom e il naufragio spazio-temporale del tutto anticonvenzionale su cui è costruita la storia. E è quel lontano racconto del Conde – il raccoglitore di cadaveri che salva la polena e si batte per lei con un coraggio che non ha saputo avere nella vita vera – che fa scivolare una speranza, quasi una rassicurazione, in quel varco delle Colonne d’Ercole che, nel naufragio della vita, prima o poi dovremo compiere. Perché se di solito le polene “sono ansiose e atterrite e ti fanno paura, in mare, perché pensi che vedono la morte che arriva e che tu non puoi vedere”, quella che il Conde salva, invece, “aveva gli occhi socchiusi e beati, […] aveva già fatto il salto, aveva già visto quello che tutti hanno terrore di guardare e può darsi che avesse le sue buone ragioni per ridere o sorridere, piano dentro di sé, di tutto quello che c’è da vedere”.

Claudio Magris
Polene. Occhi del mare
La nave di Teseo, Milano, 2019
pp. 202, euro 20,00