Un esercizio di sguardo. Elvira Federici su “Sempre altrove fuggendo”

di Elvira Federici dal N. 138 di Leggendaria

Garbo, grazia, eleganza; sottile, ironico understatement, in una scrittura che ci viene incontro come una gentilezza. Si vedano, appunto, le pagine dedicate alla scelta del termine “personagge”. Laura Ricci trasforma questa – ancora! – necessaria spiegazione ai più, che rifuggono dal femminile (pur) grammaticale come da una minaccia alla propria identità (di maschi, di linguisti, di italiani, va’ a vedere), in un’ironica ricapitolazione di molti dei misfatti simbolico-linguistici contro cui Alma Sabatini mise in guardia nel suo Il sessismo nella lingua italiana. Lo fa in scioltezza, sorridendo, secondo la sua “spiccata propensione per un pacato gentile femminismo della differenza”.
In Sempre altrove fuggendo – sottotitolo: Protagoniste di frontiera in Claudio Magris, Orhan Pamuk, Melania Mazzucco – sono le personagge a convocare l’autrice, non, come lei stessa precisa, gli scrittori e la scrittrice scelti. In questo modo, nella forma di un’interazione, di un confronto con le figure femminili che balzano vive dalle pagine, Laura Ricci ci racconta come una common reader guarda – ed è guardata, a sua volta dalle personagge: lo “sconfinare tra vita e romanzo” che riguarda non solo chi scrive ma soprattutto lettrici e lettori.
Nate, le più numerose, dall’invenzione di scrittori come Claudio Magris e Orhan Pamuk; una sola, non solo inventata, quella nata dalla ricerca e dalla scrittura di Melania Mazzucco. Cosa le tiene insieme così da richiedere a Laura Ricci l’elaborazione di un saggio tanto intenso? Una duplice sfida, ci sembra: attraversare l’opera di due grandi scrittori facendone affiorare le tracce inesauribili della libertà femminile; assumere quindi una postura che attraverso il movimento vitale – e quasi autonomo – delle protagoniste dei loro libri, permetta di attraversare con un altro sguardo, lo sguardo femminile, l’opera di autori monstre come Magris e Pamuk. Come è accaduto quando le donne si sono messe a leggere altre donne, le scrittrici, ciò che è affiorato è altro, rispetto alla critica maschile. E, sia ben chiaro, questo approccio non ha a che vedere con nessuna “essenza” (femminile), piuttosto con la dislocazione, la sfasatura, l’obliquità del punto di vista che, scartando la costruzione di cattedrali critiche, coglie l’inciampo, la piega, il lapsus rivelatore.
Nella lettura di Anne Marie Schwarzenbach, raccontata da Mazzucco, c’è invece come un riconoscersi. La messa a fuoco di Laura Ricci coglie e amplifica l’intenzione amorosa di Mazzucco. Le va incontro e la riconosce con un punto di vista che le accomuna, tra invidia (lo sguardo nell’altra, sconcertato e ammirato) e gratitudine. E dunque, un esercizio di sguardo letterario, lieve ed esatto come un gioco, profondo come una ricerca di sé.